AL CONGRESSO DELL’ANED INSIEME A CRESCENZO SCHIAVONE: IL TRAPIANTO E’ VITA


Da Montaguto a Foggia. Abbiamo spostato la nostra attenzione nel capoluogo dauno perché la circostanza lo meritava, ma soprattutto perché riguardava da vicino uno dei nostri compaesani. E’ stato proprio lui, Crescenzo Schiavone, ad invitarci al congresso organizzato presso l’ordine dei medici di via Acquaviva, avente ad oggetto la donazione e il trapianto di organi… (CONTINUA ALL’INTERNO)

L’evento, organizzato dall’ANED (Associazione Nazionale Emodializzati e Trapiantati), ha avuto come obiettivo primo la promozione e la conseguente sensibilizzazione dell’opinione pubblica verso un argomento, quale appunto la donazione di organi, di cui poco si parla o di cui si evita di parlare perché il più delle volte associato alla morte di un soggetto.
Non è stato il solito meeting o la solita discussione fatta da medici del settore. Certo, all’incontro sono intervenuti prestigiosi nomi del settore, ma l’intento è stato quello di patrocinare chi il problema lo vive in prima persona ossia coloro che periodicamente subiscono la dialisi o che sono iscritti nelle infinite liste d’attese per la ricezione di un trapianto. I medici presenti insieme al moderatore, dottor Francesco Niglio, e ad alcuni protagonisti del problema hanno dato vita ad un convegno di medicina narrativa unico nel suo genere. Presenti erano anche i volontari del gruppo giovani AVIS.
Ma andiamo per ordine. A salutare i presenti e a dare man forte a questa iniziativa ha provveduto il sindaco di Foggia, Gianni Mongelli. Ad un suo breve discorso sono seguite brevi dichiarazioni di esperti del settore. Dapprima il dottor Laricchiuta, assessore alla cultura ma in veste anche di medico e di paziente. "Chi subisce un trapianto nasce per la seconda volta e noi dobbiamo far in modo che molte vite possano rinascere".
Immediatamente dopo il dottor Graziano, vicepresidente dell’ordine di medici di Foggia ha affermato dal canto suo che un medico prima di affinare il sapere inteso come conoscenza nella propria specializzazione, deve affinare il saper essere e quindi diagnosticare in modo umano il problema per poter consigliare nel migliore dei modi il proprio assistito.
Hanno poi proseguito nell’ordine il dottor Grandaliano, nefrologo, il dottor Palumbo ed il dottor Carrillo, responsabile rianimazione. Tutti concordi su una cosa: il trapianto è importante ma senza donazione questo non vi può essere, oppure, se c’è, è comunque prerogativa di chi in lista d’attesa si trova prima di qualcun altro. Si ha bisogno di una sensibilizzazione che non avvenga nel momento del decesso di un soggetto. E’ più che normale che una persona, che ha da poco avuto notizia del trapasso di un proprio caro, non sia in grado di affrontare il problema della scelta di donare o meno gli organi dell’estinto.
A questa che quindi potremmo definire la prima parte dell’evento, è seguita un’altra molto più coinvolgente dal punto di vista umano. La prima a prendere la parola ed a raccontare la sua storia è stata Sofia Riccaboni, che tra l’altro ha scritto un libro, “Passaggi di Vita”, il cui ricavato sarà interamente utilizzato per comprare regali di Natale ai bimbi ammalati in attesa di trapianto. Il suo libro lo definisce un pretesto per cercare di sensibilizzare la gente su questo argomento. Lei, mamma di una bella bimba bionda, era arrivata a dover far mangiare la sua piccola con il sondino. Necessitava urgentemente di un trapianto e se da una parte provava un senso di ribrezzo verso il suo egoismo nell’attendere la chiamata pur sapendo che la disponibilità di un fegato rappresentava la necessaria morte di qualcun altro, dall’altro sperava che ciò accadesse. Si sa che una mamma sta male quando il proprio bimbo ha gravi problemi ed è per questo che oggi che la sua piccola conduce una vita normale, lei stessa si immedesima nelle persone che si trovano ad affrontare la stessa cosa. Per questo sostiene la donazione nel momento in cui viene accertata la morte cerebrale, perché quando questa è accertata gli organi sono comunque vitali e potrebbero servire a salvare la vita di più persone.
Commovente è stata poi la partecipazione di una signora presentata come la mamma di Raffaella, giovane donna di 28 anni che qualche anno fa ha subito un bruttissimo incidente da cui è stato impossibile rianimarla. La sua era una famiglia dove più volte si era parlato della donazione degli organi, lei era vitale e voleva che un po’ della sua vitalità fosse trasmessa dopo la sua morte. Così, quando i medici hanno chiesto ai suoi genitori sulla possibilità o meno di donare gli organi, non c’è stata nessuna esitazione. "La mia Raffaella vive ancora negli occhi e nel cuore di qualcun altro".
Il momento più toccante, cui è seguito un lungo applauso tra i visi rigati dalle lacrime.
"Mi sembra quasi di essere un elefante in un negozio di cristalli pregiati – ha commentato don Bruno, invitato come fautore della fede e della speranza -. Qualunque cosa io dica potrebbe sembrare inopportuno".
Forse sì, perché la fede e la speranza i presenti l’hanno acquisita man mano, attraverso le esperienze vissute di queste due donne ed attraverso l’esperienza, ancora in fase di attuazione, di Antonello e di sua moglie Maria Grazia. Sposati da cinque anni. Lui dializzato, in attesa di trapianto, ma vivo, vitale. Deve tanto alla dialisi, perché comunque continua a vivere. Certo aspetta la chiamata, ma non per questo rinuncia a divertirsi e a fare ciò che lo fa star bene, per lo meno lui può mentre molti non possono più. Sua moglie ha dichiarato le difficoltà ed il ruolo della famiglia durante l’attesa. "Scopri una forza diversa. Nn puoi lamentarti per un banale mal di testa quando tuo marito affronta periodicamente la dialisi continuando la vita normale di tutti i giorni".
L’ultimo intervento programmato è stato quello di Anna Maria, nefrologa che si occupa di chi è sottoposto a dialisi. Ha parlato delle difficoltà che incontra nel proprio lavoro perché molti pazienti diventano irascibili. Ed è convinta che come medico debba sostenere comunque questo procedimento meccanizzato per la funzionalità dei reni perché se da una parte è vero che fare dialisi toglie tempo, dall’altro il tempo lo dona perché chi subisce la dialisi ha la possibilità di attendere un trapianto, cosa che non può accadere per un paziente che abbisogna di un trapianto di cuore e di fegato. "Mi è capitato una volta che una paziente festeggiasse 25 anni, ma non riferiti alla sua età biologica, bensì alla durata della dialisi". Le abbiamo chiesto perché festeggiasse, e ha risposto che "la dialisi mi ha donato il tempo per vedere i miei figli sposati e per sentirmi chiamare nonna".
Unico neo della serata, la scarsa presenza della stampa per qualcosa che poneva di essere seguito. Noi di Montaguto.com c’eravamo e, orgogliosi, vi mostreremo a breve con le foto il nostro attestato di partecipazione. Ringraziamo Crescenzo Schiavone, montagutese d.oc. che con la dialisi convive da quando era ragazzino, che ha subito già due trapianti ed è in attesa del terzo, l’ultimo ammissibile.

Monica de Mita

2010-11-19 11:03:21

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