Andrea Melbano sognò di un’epica partita di pallone disputata al campetto in cemento dell’edificio di via Spinelli…


Quella notte Andrea Melbano sognò di un’epica partita di pallone disputata giù al campetto in cemento dell’edificio scolastico di via Spinelli – che tutti chiamavano semplicemente edificio – il pomeriggio del 22 agosto del ’95, una partita vinta all’ultimo respiro in cui lui e Giuseppe fecero la parte del leone con sei gol ciascuno. Ricordava a stento quello che accadde e riviverlo gli diede il voltastomaco. Quando si risvegliò nel cuore della notte, sudato e ansimante nella stanza da letto del bilocale dov’era in affitto a Bari, le immagini della gara e della quasi rissa gli si sovrapposero nella mente.

Andrea ricordava benissimo che, come ogni giorno, subito dopo pranzo, anche quella volta si recò all’edificio col suo pallone di cuoio sotto braccio, in attesa che lo raggiungessero gli altri per scambiare due passaggi prima di organizzare una nuova partita di calcetto. Ricordava quanto bruciasse il sole di agosto, quell’anno particolarmente feroce. Ricordava i due rintocchi lunghi e due brevi del campanile della chiesa che spezzarono il silenzio di una giornata come tante altre. Ricordava corso Roma e via Spinelli praticamente deserte – alle due e mezzo erano ancora tutti con le gambe sotto al tavolo a darci dentro di mascelle. Ricordava l’aria tremolante che saliva dall’asfalto caldo che scottava sotto ai suoi piedi.

Sapeva che sarebbe stato il primo ad arrivare al campo ma non gli dispiaceva, non gli era mai dispiaciuto, perché poteva allenarsi a tirare e migliorare potenza e precisione. Anche nel cuore della notte, quindici anni dopo quell’epica sfida, ricordava che i primi ad arrivare al campo furono Matteo e Paolo, e che fecero una tedesca e ricordava che Matteo perse e che poco dopo giunsero alla spicciolata tutti gli altri. Alle cinque era in programma una partita con i ragazzi di Orsara ma quella partita non si giocò mai, perché alle cinque meno un quarto si presentò il gruppo di Salvatore, Mario e Felice e il loro gruppo, i ragazzi di Foggia, quelli che non chiedevano mai il permesso per poter usare il campo, perché all’epoca funzionava così, i più grandi comandavano e quando i più grandi decidevano che era ora di liberare il campo, i ragazzini liberavano il campo, malvolentieri, protestando, ma senza grosse storie…

Quel giorno no.

Andrea ricordava anche quello e il sogno aggiunse tanti particolari a quello che lui ricordava. Il sogno aggiunse anche qualche altra cosa, qualcosa che non accadde quell’assolato giorno di agosto del 1995 ma soltanto nella sua mente, quella notte, mentre dormiva, qualcosa che lo trascinò fuori dal sogno e all’interno dell’incubo.

Quel giorno i ragazzi di Montaguto non chinarono la testa, quel giorno protestarono e sarebbe finita a botte, sarebbe finita male perché Salvatore, Mario e Felice e il gruppo dei ragazzi di Foggia erano più grandi e più forti e se volevano qualcosa, se la prendevano, se no finiva male, finiva sempre male ma quel giorno accadde qualcosa che Andrea aveva rimosso ma che adesso ricordava. Il 22 agosto 1995 Giuseppe Silani si schierò a muso duro contro Salvatore Leccese evitando toni supplichevoli del tipo «Dai, per favore, lasciateci giocare, almeno oggi…» ma sussurrandogli un secco «Eh no, oggi no! Oggi siete voi che ve ne andate! Giochiamo noi!», e mentre lo diceva scuoteva la testa lentamente e c’era qualcosa, nel suo sguardo, che fece vacillare Salvatore ma poi Mario e Felice lo spintonarono via e fu allora che Andrea partì alla carica colpendo Mario Ruotolo con una spallata che lo scaraventò a terra. Quel gesto provocò una prima reazione di sorpresa da parte di tutti, che poi si trasformò in paura fottuta per i suoi amici e rabbia rossa per i ragazzi di Foggia.

Felice attaccò Andrea a testa bassa ma Giuseppe fu più veloce e il suo sgambetto fece crollare il ragazzo a terra come un sacco di patate. Quello che accadde dopo Andrea lo ricordava confusamente e anche il sogno non l’aveva aiutato. Nella sua testa si susseguirono immagini sfocate come quelle di un film in fast-forward otto volte più veloce della normale visione e in quelle immagini c’era l’allora vigile del paese che in quel momento stava passando per corso Roma, la parallela di via Spinelli, e fu attirato dalle urla provenienti dal campo e quando si affacciò dalla balaustra e si rese conto di ciò che stava accadendo, minacciò di denunciarli a uno a uno se non la smettevano subito e la cosa in un certo senso si risolse meglio di quanto ognuno di loro piccole teste di cazzo potesse sperare, perché se non fosse passato il vigile in quel momento i ragazzi di Foggia li avrebbero lisciati a dovere. La cosa si risolse con una partita.

Non era mai accaduto prima che ragazzi più grandi giocassero contro dei bambocci ma quel giorno andò così e fu una partita epica, perché i bambocci li misero sotto, i bambocci vinsero e la gara terminò 16-14 dopo oltre due ore, e fu una partita tranquilla, perché il vigile li tenne d’occhio. Quel giorno Andrea e Giuseppe ne fecero sei a testa e quella fu l’ultima volta che i bambocci giocarono a pallone all’edificio perché poi Giuseppe scomparve e fu l’inizio della fine del gruppo.

Nel sogno, però, ci fu qualcos’altro che nella realtà non accadde. Nel sogno, e solo nel sogno, Andrea riuscì a vedere Giuseppe Silani mentre sfidava Salvatore Leccese, riuscì a guardarlo in faccia, a guardarlo negli occhi e nei suoi occhi trovò il buio, nei suoi occhi trovò il male, nei suoi occhi trovò risposte a domande che non aveva mai posto. Nei suoi occhi trovò il messaggio: può pruà a lassà lu paes ma è lu paes ca nun t lass maij…

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