Crisi del prezzo del grano, a Napoli il Sit-In “Noi non seminiamo più”: ecco il documento della CIA Avellino


Riceviamo e pubblichiamo dalla CIA di Avellino.

Il grano duro, con appena 35 milioni di tonnellate di produzione, rappresenta una percentuale dell’1,5% della produzione mondiale di cereali e la sua coltivazione è delimitata a poche regioni nel mondo con l’80% della produzione concentrata tra Nord America e bacino del Mediterraneo.

L’Italia è di gran lunga il primo paese produttore di grano duro in Europa e si contende con il Canada su base annuale il primato mondiale. In molte zone d’Italia il grano duro non ha alternative colturali e la sua coltivazione contribuisce in maniera importante al miglioramento economico e sociale di vaste aree rurali, con un ruolo importante anche per politiche ambientali, valorizzazione del paesaggio e difesa idrogeologica del territorio.

L’annata agraria appena conclusa con rese ottime in molte zone dell’Italia porta la produzione a livelli importanti e supera i 5 milioni di tonnellate, cui si aggiungono inopportune importazioni mirate ad un chiaro scopo speculativo.

La situazione di mercato, partita da una chiusura difficile della campagna precedente è ulteriormente peggiorata al punto che le borse merci sono in difficoltà perfino a comunicare le quotazioni.

In tale situazione in Puglia, Emilia Romagna, Piemonte, Sicilia, passando per il Molise, La Basilicata, le Marche, la Toscana, si stanno organizzando iniziative e mobilitazioni di produttori agricoli che meritano ascolto e rispetto.

Le quotazioni del grano duro sono oramai ben sotto i 20 euro al quintale, le stesse produzioni biologiche non riescono a superare i 25-26 euro. Prezzi ben al di sotto dei costi di produzione senza portare nessun vantaggio per i consumatori considerato che i prezzi della semola e della pasta restano stabili se non in aumento.

Ovvio che non può funzionare una filiera che vede un quintale di pasta pagato 180 euro dal consumatore e un quintale di grano duro pagato 18 euro al produttore agricolo.

Troppo ampia e ingiustificata la forbice.

In queste condizioni e senza interventi imminenti c’è il rischio che molti agricoltori non seminino grano per il prossimo anno mettendo a rischio la materia prima nazionale per una produzione di eccellenza del made in Italy agroalimentare come la pasta.

Possibili interventi delle istituzioni parlamentari:

  • verificare presso il Ministro dell’agricoltura la possibilità di sospendere temporaneamente le autorizzazioni alle importazioni in regime di TPA (Traffico di Perfezionamento Attivo) per evitare ulteriori speculazioni.
  • Impegnarsi in Europa affinchè la PAC oggi in periodo di revisione possa incentivare strumenti come i fondi mutualistici per la stabilizzazione del reddito.
  • Velocizzare l’attuazione delle misure annunciate nel piano cerealicolo nazionale con provvedimenti mirati che possano andare incontro alle esigenze degli agricoltori come ad esempio potenziare i centri di stoccaggio e favorire una maggiore aggregazione dell’offerta assicurando premialità per coloro che si impegnano a stoccare solo materia prima italiana.
  • Incentivare accordi e contratti di filiera capaci di garantire una più equa ridistribuzione del valore.
  • Prevedere una campagna di promozione e valorizzazione della pasta italiana nel mondo che trova oggi una concorrenza impensabile fino a soli pochi anni fa.
  • Perseguire la massima trasparenza delle borse merci con un ruolo maggiore dei rappresentanti degli agricoltori.
  • Rendere obbligatoria e non facoltativa la comunicazione delle scorte da parte degli operatori commerciali e industriali in modo da avere dati oggettivi e verificabili, rendere più trasparente la valutazione di mercato e approntare un bilancio previsionale affidabile della nuova campagna di commercializzazione

La Campania è una delle regioni più importanti in Italia sia per produzione di grano duro che di pasta. I consumi si assestano sui 28 kg a persona di pasta annui posizionando i campani tra i primi consumatori di pasta al mondo.

La grande diffusione della pasta in Italia risale al Settecento e l’industria della pasta era attiva soprattutto in Campania, a Napoli, Torre Annunziata, Castellammare di Stabia e Gragnano luoghi che per caratteristiche orografiche consentivano lo sviluppo degli opifici assicurando sviluppo economico e occupazione.

Questo prepotente sviluppo artigianale/industrial nella produzione di un alimento base mutò la fama dei napoletani: da “mangiafoglie”, nel ‘700 si comincio’ a definirli “mangiamaccheroni” o semplicemente “maccheroni”.

Purtroppo ad una grande crescita qualitativa e quantitativa dell’industria campana, che oggi rappresenta il 15% dei 120 pastifici italiani e che è diventata sinonimo di qualità sui mercati esteri, non è seguita una crescita degli altri comparti della filiera.

Infatti, la produzione di grano duro campano non garantisce standard proteici e di qualità adeguati alle esigenze dell’industria. Solo negli ultimi anni, grazie ad iniziative individuali di produttori ed in alcuni casi di qualche industria lungimirante, si è iniziato a produrre grano duro di alta qualità, in molti casi recuperando varietà locali.

Nonostante tutte queste difficoltà, la Campania è tra le prime regioni produttrici in Italia di grano duro soprattutto nelle aree interne. Attualmente gli Ha a grano seminati in Campania sono circa 90.000, con una produzione stimata di circa 2 mln di q.li.

Non è da trascurare anche la rilevante funzione di presidio del territorio che la coltivazione assicura in quelle aree che non avendo altre possibilità di coltivazione andrebbero incontro a sicuri quanto costosi interventi di ripristino in caso di dissesti idrogeologici. Ricordiamo che le coltivazioni a seminativi interessano il 48,8 % dei 549.530 di SAU del territorio Campano.

Valutando il comparto dal punto di vista infrastrutturale le maggiori criticità nella filiera cerealicola campana si riscontrano a livello dei centri di stoccaggio, i quali, nella maggior parte dei casi, sono obsoleti essendo rappresentati da strutture costruite precedentemente al 1990.

Da questa analisi avanziamo alcune proposte anche alla Regione Campania per rilanciare finalmente la politica agricola per la filiera cerealicola campana, che come possiamo verificare dai dati fino ad oggi è stata assente.

  1. PSR 2014/2020: Rivedere completamente il PSR nella scrittura della filiera cerealicola.

Purtroppo il PSR 2014/2020 approvato non ha ritenuto rilevante la filiera cerealicola in Campania.  Le conseguenze di questa linea di indirizzo sul come utilizzare i fondi agricoli per lo sviluppo, ha escluso quasi completamente la produzione cerealicola e di conseguenza quasi tutto il territorio delle aree interne, creando dei criteri di accesso sia nei criteri economici che in quelli di selezione, insuperabili per la maggior parte delle aziende cerealicole. Inoltre, le poche che riescano ad accedervi potranno fare investimenti limitati.

  1. Rinnovamento della filiera: Interventi integrati sia per un ruolo attivo delle imprese agricole nelle fasi di stoccaggio, che infrastrutturali per l’innovazione e ammodernamento di questo comparto.

Attualmente in Campania, lo stoccaggio è il comparto che presenta maggiori criticità, soprattutto a livello dei centri di stoccaggio dei consorzi agrari, in alcuni casi quasi in abbandono. Andrebbe prevista una giusta premialità per coloro che si impegnano a stoccare solo materia prima italiana e ancor di più campana.

Bisogna ricostruire questo comparto nella logica delle imprese, veloce, dinamico e di qualità.

  1. Miglioramento della qualità della produzione: investimenti con la ricerca per una disponibilità di seme certificato autoctono e di grande qualità in condivisione con l’industria.
  2. Utilizzo dei fondi comunitari per valorizzare e promuovere la pasta campana che chiuda la filiera sul territorio.
  3. Una rivalorizzazione del ruolo dei rapporti interprofessionali nella consapevolezza che solo da un sano e giusto confronto fra le rappresentanze della parte agricola e della parte industriale possono partire percorsi virtuosi atti a garantire la giusta distribuzione del valore aggiunto in una filiera di eccellenza che già in passato ha dimostrato di saper competere sui mercati.

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