ESCLUSIVA | ‘L’atroce delitto di Montaguto’, sul giornale ‘L’Italia’ di San Francisco una storia assurda risalente al 12 luglio 1918


Girovagando per il web, accedendo al sito della Libreria del Congresso americano, abbiamo ritrovato una copia de “L’Italia – The italian daily news”, organo quotidiano ed eco degli interessi delle colonie italiane nella costa del pacifico e degli stati dell’Ovest. La copia in questione è datata venerdì 12 luglio 1918. A pagina 3 c’è un curioso articolo che ha catturato da subito la nostra attenzione, legata a un episodio di cronaca nera.

Il titolo dice tutto: “L’atroce delitto di Montaguto”. L’articolo, che riportiamo integralmente, non è firmato.

Questo è il link alla pagina: https://chroniclingamerica.loc.gov/lccn/sn85066408/1918-07-12/ed-1/seq-3/

Prima pagina del giornale: https://chroniclingamerica.loc.gov/lccn/sn85066408/1918-07-12/ed-1

“La strada che Montaguto porta ad Orsara di Puglia passa da uno stretto cespuglio ad una larga via maestra, da una balza petrosa ad un ridente viottolo pianeggiante. È in questa strada che sembra fatta per le sorprese e per gli agguati, fu compiuto il raccapricciante macabro delitto, al quale accennava atterrito il mio piccolo compagno di viaggio.

Il breve tratto che fu la scena della tragedia atroce, in mezzo al tappeto di verde che lo circonda, scompare del tutto all’occhio di guarda dall’alto della collina di Montaguto: è chiuso lateralmente da due lunghe siepi che portano innanzi uno stretto e basso fossato.

Fu tre giorni fa che una delle contadinelle che ogni mattina portano ad Orsara i pochi prodotti di Montaguto, fece la macabra scoperta. Da un grosso mucchio di letame e di terriccio veniva su un odore fetido di putrefatto carname. Appena la giovine contadina rimosse un po’ il mucchio, uno spettacolo tragicamente sensazionale si presentò innanzi ai suoi occhi: la mano di un cadavere, tutta cosparsa di macchie e di sangue, usciva dal letame e dal terriccio.

I carabinieri si recarono in breve tempo sul posto; continuarono a rimuovere ciò che nascondeva la mano misteriosa: e la scoperta divenne allora ancora più macabra, più terrificante: sotto il letame e sotto il terriccio era nascosto un cadavere orribilmente mutilato, una testa recisa dal corpo, resa irriconoscibile e spaventosamente gonfia, una grande quantità di cenere che come alcuni residui attestavano era stata prodotta da combustione di paglia. Nessun altro segno che avesse potuto offrire anche un minimo elemento per la ricerca di chi aveva operato l’orrendo delitto.

Una coincidenza di fatti doveva incominciare a porre in grado i carabinieri a fare la prima luce sul misterioso fatto di sangue.

A Montaguto nello stesso giorno in cui doveva essere avvenuto il delitto era scomparso un giovane di 24 anni che avrebbe dovuto trovarsi ad Orsara per comparire innanzi al giudice di quella pretura.

Il giovane scomparso era il mutilato di guerra Agostino Anzovino. Fu condotto sul posto ove era stata fatta la macabra scoperta, il padre dell’Anzovino: ma questi non seppe, non volle riconoscere in quei resti cadaverici orribilmente mutilati il figlio suo. Un piccolo elemento di fatto doveva, però, rivelare al povero padre la realtà atroce. Poco discosto dal luogo ove trovavasi i miseri avanzi vi era un brandello di abito cosparso da macchie di sangue diventate già quasi completamente nerastre. Quel brandello di roba apparteneva alla giacca che indossava Agostino Anzovino il giorno in cui era uscito senza far più ritorno a casa sua.

Appena a Montaguto si sparse la notizia dell’identificazione del cadavere brutalmente mutilato, la voce pubblica fu concorde nel sostenere che l’unico il quale aveva potuto commettere l’efferato delitto contro l’Anzovino era il consigliere comunale Ciriaco Andreano.

Emilia Andreano è la prima delle figliuole del consigliere comunale di Montaguto accusato del grave delitto: ha venti anni, e, in tutto il suo insieme, ha quei non so che di civetteria presuntuosa delle donne dei piccoli centri. Ed Emilia Andreano è stata la prima causa della tragedia di quattro giorni fa.

L’origine di tutto quest’odio, di tutto quest’acre sentimento di vendetta rimonta a dieci mesi fa.

II fidanzato di Emilia Andreano, Carmine Schiavone, era partito da Montaguto da 4 mesi quando nella sua assenza la giovane non disdegnò fare una piccola parentesi d’amore con Giuseppe Anzovino, il cugino dell’ucciso. Tornato tre mesi dopo, Carmine Schiavone a Montaguto l’Emilia si affrettò a piantare in asso il giovane che rappresentava per lei un capriccio di un momento, e tornò ai suoi antichi amori, che, se non altro, presentavano il vantaggio di poter essere eventualmente il preludio di un matrimonio assai cospicuo.

Giuseppe Anzovino giurò, allora, di vendicarsi in quel modo ch’è tanto comune presso la gente dei nostri paesi meridionali. Emilia Andreano l’aveva offeso nel suo amor proprio, egli voleva offenderla nel suo sentimento dell’onore. Fu così che chiese la cooperazione del cugino Agostino: e in una domenica di ottobre, Giuseppe ed Agostino Anzovino, mentre l’Emilia si trovava poco discosta da una numerosa comitiva di contadini, che avevano organizzata una gita sulle colline circostanti, si accostarono alla giovane e le fecero con una certa brutale violenza una proposta oscena: da quel momento Emilia Andreano divenne acremente implacabile nella vendetta che voleva compiere. Ritornata di corsa alla comitiva dei gitanti, essa con un’emozione che a bella posta accentuava raccontò l’accaduto al padre, condendo la narrazione di particolari che non erano esistiti tranne che nella sua eccitata fantasia di donna piena di odio: né desistette mai dal montare l’animo eccitato del padre, giacché l’Emilia non era soddisfatta della querela che Ciriaco Andreano aveva sporta innanzi alla Pretura di Orsara: essa voleva che l’offesa a lei fatta fosse stata pagata col sangue: tanto viva ed acre essa sentiva la ferita ricevuta nel suo amor proprio.

Ed il padre, accecato dalle istigazioni della figlia, giurò innanzi a molti amici, che l’hanno raccontato al giudice inquirente, di far vendetta dei cugini Anzovini prima che fosse stato tenuto ii dibattimento.

Dalle ipotesi fatte dopo la scoperta del delitto – e poi anche confermate dalle confessioni dell’assassino – l’Andreano si era appostato lungo la via, dietro una siepe, aspettando che fosse passato Agostino Anzovino.

Quando il giovane passò, il padre dell’Emilia sparò due colpi di fucile; uno andò a vuoto, ma il secondo colpì l’Anzovino al fianco sinistro, spaccò il cuore e usci in prossimità della regione scapolare destra.

Consumato il delitto, l’assassino trascinò il cadavere dell’ucciso per uno spazio di quasi tre metri – quindi lo sollevò con tutte le sue forze e lo lanciò dietro la siepe che fiancheggiava la strada a destra, per impedire che qualche viandante avesse scoperto il reato. L’Andreano, quindi, si recò a casa della sorella Raffaella, qui posò il fucile e si lavò le mani che durante la rimozione del cadavere si erano sporcate di sangue, poscia proseguì per Orsara giungendo con il ritardo che già vi ho detto.

Assicuratosi che alcuno avrebbe percorsa la strada ove era avvenuto il delitto, Ciriaco Andreano verso le 23.20 si avviò con ogni circospezione lungo la via, dietro la siepe ove era nascosta la sua vittima.

La sorella dell’Andreano intanto è stata trattenuta in arresto, anche perché in sua casa sono stati trovati un grembiule e un paio di scarpe sporche di sangue: è stato anche trattenuto il figliuolo della Raffaella Andreano, a nome Saverio Schiavone.

È però accertato almeno nei soli riguardi dell’Andreano che l’assassino assicuratosi che i carabinieri non avrebbero fatto ritorno ad Orsara, sotto l’imperversare di un furioso temporale, giunse al posto ove aveva nascosto il cadavere; scavalcò la siepe e dall’alto delia masseria ove egli aveva lanciato il morto, scagliò un’altra volta il povero corpo nel fossato.

L’assassino scavalcò di nuovo la siepe, ridiscese sulla strada, riportò il cadavere dal fossato sul livello della via. Impugnò, quindi, un’accetta e cominciò con ferocia felina, a mutilare li corpo di colui che egli aveva ucciso per istigazione di sua figlia.

Un fulmine intanto scese giù dalle colline e rimbombò cupamente nella valle, rischiarando la macabra scena di un sinistro bagliore. L’Andreano si fermò inorridito, si guardò attorno, e non seppe trattenere un improvviso, acuto grido di terrore; egli che si credeva lontano da ogni sospetto, era stato visto da una contadinella che nel fondo, cinto dalla siepe a sinistra della strada in quel momento slegava un maiale da un albero. Era la figliuola di uni altro contadino di quella regione, a nome Gennaro Schiavone: la piccola Schiavone in un primo momento restò come tramortita, poi, riavutasi, tentò di fuggire. Ma l’Andreano con un salto fu sulla siepe, raggiunse la fanciulla e la formò con il suo braccio vigoroso.

La piccola Schiavone più che mai atterrita, mandava grida disperate: l’Andreano le imbavagliò la bocca, ammonendo la fanciulla che se ella avesse detto ancora un’altra parola sarebbe stata uccisa e fatta a pezzi

“come quell’altr’uomo”. Quando l’assassino si fu assicurato che la fanciulla non avrebbe più gridato cambiò tattica; cercò di prenderla con le buone, di accattivarsi le simpatie di lei e, come compenso, della discrezione che ella avrebbe avuta le offri un biglietto da 100 lire; in cambio la povera ragazza dava all’Andreano l’ombrello’ di cui l’assassino era sfornito.

L’Andreano dopo aver dato le cento lire alla ragazza prosegui per la via di Orsara. Dopo una mezz’ora all’incirca fece ritorno sul posto carico una grande quantità di paglia. La bambina che si era portata alquanto lontano dalla siepe vide tutto ad un tratto, risplendere una fiamma vivissima che lottava disperatamente con l’acqua che scendendo giù a catinelle tentava di spegnerla.

La piccola Schiavone si avvicinò allora un’altra volta alla siepe e assistette ad una scena che la fece terrorizzare e fuggir via come pazza.

L’assassino raccoglieva i pezzi mutilati del cadavere e il gettava nella fiamma che ardeva.

È questo che con grande cinismo ha confessato l’Andreano stesso, egli ha continuato la macabra funzione fino all’alba: sorpreso dal sorgere del sole, mentre il temporale lentamente cessava, egli era fuggito a Montaguto avendo appena il tempo di coricarsi.

Colà l’assassino sperava che durante la giornata nessuno si fosse accorto della cosa e di aver quindi il tempo nella notte seguente di fare scomparire del tutto ciò che rimaneva dell’uomo che egli aveva barbaramente ucciso.

Poche ore dopo si presentarono i carabinieri in casa sua e lo dichiaravano in arresto”.

(L’Italia, San Francisco, Cal. – Venerdì 12 luglio 1918)

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