ESCLUSIVA Montaguto.com, Giovino: «Quella notte del 21 gennaio fu devastante»

Un percorso a ritroso nel tempo. Abbiamo attraversato i 12 milioni di metri cubi di terra della frana in lungo e in largo, tornando ai momenti decisivi, per tentare di capire qualcosa di più su tutto quanto accaduto dal gennaio 2006 a oggi. Tante le zone d’ombra, ma ancor di più sono i fatti che dovete necessariamente conoscere. Montaguto.com ve li svela in esclusiva, con interviste e foto ai protagonisti di questi quattro anni di disastri e, finalmente, di risoluzioni. Iniziamo da Giancarlo Giovino, direttore dei lavori dal 6 luglio 2009 all’8 giugno 2010, il personaggio principale del momento più delicato di questi quattro anni. Un racconto lungo che mostra tutto il lavoro “sporco” realizzato nel periodo più difficile dei quattro anni della bestia. A corredarlo, splendide foto scattate nella terra.

Undici mesi coi piedi nel fango. Praticamente, da quando si è deciso di fare veramente qualcosa. Dall’Abruzzo alla Campania in un sol giorno. Da un disastro (tragedia) a un altro. Dal terremoto alla frana. Giancarlo Giovino, l’uomo delle emergenze. Responsabile dei Campi di accoglienza della Regione Campania in tre paesi colpiti dal terrificante sisma dello scorso aprile: Filetto, Capitignano e Poggio Picenze, dove c’era il campo base. Un’esperienza durata dal 25 aprile al 5 luglio. Il giorno successivo fu mandato a Montaguto.

Prima di lui, l’ingegner Michelino Zeoli, arrivato in somma urgenza il 2 giugno. Partì con 10mila metri cubi di terra al piede frana, ma era solo un accenno. Poi in una settimana la situazione esplose. Si ritrovò solo e scrisse una lettera ai sindaci e al prefetto, denunciando che la frana stava scivolando verso la ferrovia e dunque prospettando uno scenario realmente pericoloso. Per questo motivo, entrò in conflitto coi vertici della Protezione Civile regionale.

Fuori Zeoli, dentro Giovino. Direttore dei lavori voluto proprio da Orrico, l’ingegner Giovino ha vissuto i momenti più terribili della frana di Montaguto. E ha capito che, probabilmente, c’era qualcosa che non andava.

«Il giorno più complesso, all’inizio, fu l’11 luglio, quando si era nel pieno delle polemiche istituzionali. La strada statale 90 era stata chiusa lo scorso 2 giugno. L’11 si verificò un’accelerazione del materiale fluido, che ci costrinse a lavorare H24. La frana raggiunse al piede un fronte di 400 metri, mai così esteso. Attivammo volontari di alcune associazioni per la vigilanza. La frana aveva avuto una brusca discesa, nonostante si fosse in piena estate». Quasi che avesse voluto farsi notare. E così l’ingegner Giovino ha capito sin dall’inizio che non si poteva perder tempo. «A metà agosto, la svolta – prosegue -. Il materiale rallentava, il fronte appariva più asciutto. I terrazzamenti permettevano al materiale di asciugarsi ancor meglio. Qui c’è stata la svolta, e così il 29 agosto è stata riaperta la strada».

Una veduta aerea scattata dall'elicottero dei Vigili del Fuoco

Una veduta aerea scattata dall’elicottero dei Vigili del Fuoco

La sera del  24 ottobre,dopo una settimana di pioggia incessante, arriva una telefonata dai carabinieri di Greci. «Siamo corsi io, il geometra Troise e l’ingegner Grimaldi, assistente del Professor Cascini, a Montaguto perché mi avvisarono che c’erano stati scorrimenti d’acqua notevoli, una vera e propria cascata di acqua e fango. Fu quella la prima tracimazione del lago. E così siamo rimasti fino alle 3 di notte a controllare la situazione». La strada viene chiusa immediatamente per garantire la pubblica incolumità.

Il giorno dopo, Giovino e il suo collega, Saverio Troise, effettuano una ricognizione sul lago sommitale rischiando di restare  impantanati nelle “sabbie mobili”.

«Il lago maggiore era completamente coperto d’acqua. La parete ci apparve subito distorta e fluida e il lago, naturalmente, era in evidente tracimazione. Ricordo che chiamai il professor Cascini, che era preoccupatissimo. Era urgentissima la captazione delle acque». La situazione si stava facendo critica, e non tutti, all’interno del dipartimento regionale di Protezione Civile, ne erano consapevoli. Lunedì 26 ottobre arrivano i tecnici della società Hydrodata di Torino. Sulla spinta di questo evento improvviso, finalmente partirono i lavori. I primi veri interventi di messa in sicurezza del sistema franoso nel suo complesso, dunque, iniziarono proprio il 30 ottobre. Arriva l’ATI, appaltatrice dei lavori, la Gr e la Eurocostruzioni di Eugenio Pancione, che subentrano alla Idroeco che aveva operato per i lavori di somma urgenza.

Novembre 2009 - La stradina laterale letteralmente ricavata nella terra dall'Eurocostruzioni

Novembre 2009 – La stradina laterale letteralmente ricavata nella terra dall’Eurocostruzioni

«Gli operai di Eugenio erano dei maestri, sugli escavatori riuscivano a cavarsela in situazioni estreme. Una volta, verso marzo, affondò uno scavatore quando la frana finì sul binario. Riuscirono a tirarlo fuori grazie a dei massi. E furono loro a creare la strada laterale. E ci riuscirono in pochissimo tempo, tanto che rimasi allibito dalla facilità con cui si spostavano». Ma la situazione, da novembre in avanti, diventa sempre più critica.

Con l’ausilio di quattro pozzi di dissipazione in acciaio, di circa due km di tubazione in PEAD da 500mm, di un’idrovora e tre elettropompe sommerse, una dorsale, alla sinistra idraulica, si era riusciti ad abbassare significativamente il livello del lago e a riaprire al traffico la variante in data 1 dicembre.
Un periodo duro, quello: nel pieno della lunga stagione invernale, il che significava pioggia torrenziale , freddo e neve. «La frana era diventata sempre più difficile da governare. Si erano formate sabbie mobili, da soli non ci si poteva andare, neanche a piedi – ricorda Giovino -. E devo ringraziare, oltre l’impresa esecutrice, con la quale abbiamo condiviso momenti realmente drammatici, anche i Vigili del Fuoco. Due furono, infatti le fasi in cui abbiamo avuto bisogno del loro intervento: la fase iniziale a novembre 2009, quando fu messa in funzione dal personale SAF del Comando provinciale VVF di Avellino il sistema delle elettropompe nel lago, con l’ausilio di un gommone in dotazione al gruppo soccorso fluviale del Corpo dei VVF; successivamente nella fase di emergenza, a partire dal 21 gennaio 2010, attraverso l’impiego del nucleo elicotteri e del personale SAF per il trasporto delle tubazioni di emergenza e dei fusti di gasolio per garantire la funzionalità delle idrovore per il contenimento del livello del lago».

Veduta aerea della frana

Veduta aerea della frana

Parlando dei Vigili del Fuoco, Giovino ci racconta un episodio decisivo: «Il giorno della frana sommitale il funzionario pilota G.Formato fece un vero e proprio miracolo, portando fin lassù, a monte, l’elicottero DRAGO 69. Fu chiamato mentre si trovava in servizio a Pontecagnano, al nucleo operativo dei Vigili Del Fuoco, in una giornata non ideale per il volo. Si rischiava di non fare l’intervento, perché le tubazioni di emergenza e il gasolio potevano essere trasportati solo con l’elicottero. Proprio per questo, nonostante le condizioni meteo, decise di partire lo stesso. Non voleva che si rinviasse. C’erano correnti d’aria anomale e aria rarefatta, data l’alta quota. Accendemmo fuochi per constatare le reali condizioni del vento. Durante il sorvolo, ci fu un attimo di tensione perché l’elicottero scese bruscamente di due metri, per effetto di una corrente discensionale, ma lui riuscì a recuperarlo. Un mito vero e proprio. Sembrava impossibile portare quel materiale. Addirittura riuscì ad effettuare una ricognizione a

Il drammatico scenario del 21 gennaio 2010, quando la pioggia causò il movimento peggiore

Il drammatico scenario del 21 gennaio 2010, quando la pioggia causò il movimento peggiore

volo radente, qualcosa di difficilissimo considerate le condizioni. Mettemmo delle tavole per depositare il materiale, onde evitare che fosse trascinato via o affondasse nel fango. Poi, dopo aver preso coscienza della situazione, andò a prendere il materiale sull’area vicina al campo sportivo di Montaguto: i tubi, i fusti di gasolio e il gommone, li sollevò in una rete fissata al gancio baricentrico dell’elicottero e li trasportò sulla piazzola creata in prossimità del lago. Mentre l’elicottero restava in “hovering”, sospeso sulle nostre teste da, terra il personale SAF provvedeva a sganciare il materiale. Per fortuna c’erano i Vigili del Fuoco, in quel giorno che portammo i tubi rossi».

E così, fu bypassato il pozzo ed il tratto di tubazioni demoliti dalla frana sommitale e innestate le tubazioni rosse con quelle nere da 500. Questo perché Il livello del lago era salito vertiginosamente per effetto delle piogge. Le tubazioni rosse da 160, più piccole e più facilmente trasportabili erano in tutto 300 metri di lunghezza e solo con l’elicottero sarebbe stato possibile portarle lassù, considerato che la frana aveva demolito anche la strada di accesso.

La data del 21 gennaio 2010 rappresenta lo spartiacque. «In una notte ci fu una vera e propria devastazione – spiega l’ingegner Giovino – a causa delle fortissime piogge. Si deformò tutta l’area sommitale, la frana si era portata via il primo pozzo ed un tratto della tubazione, dove defluiva l’acqua dell’idrovora fino a Tre Confini». Inoltre, la parete di contenimento del lago con i suoi 18.000 mc evidenziava segni di cedimento, si rischiava un potenziale effetto Vajont.

Giovino, allora, prende una decisione: «Chiamai la sede della Protezione Civile regionale per avvisare di diramare una comunicazione urgente e disporre la chiusura della strada e attivare la vigilanza sulla ferrovia. Non c’erano le condizioni di sicurezza necessarie». E invece, la chiusura tardò ad arrivare per resistenze istituzionali. Solo la fiducia tra Giovino e il responsabile dell’Anas, l’ingegner Marco Murolo (tra i due correva un rapporto di stima reciproca maturata nei mesi di esperienza sulla frana) porta all’ordinanza di chiusura, “sentito il Direttore dei lavori”, dopo che si era perso tempo. Il giorno dopo sulla strada si riversa un fiume di acqua e fango e, nel pomeriggio, viene addirittura a nevicare. Da quella data la strada non è stata più aperta per l’evoluzione della frana.

Nel frattempo, il compito della struttura commissariale era scaduto il 31 dicembre e, di fatto, l’ingegner Giovino si ritrova solo, senza supporto tecnico né amministrativo. Per tale motivo, il 18 febbraio rassegna le dimissioni da responsabile dei lavori e soltanto l’opera di convincimento di Mario De Biase, nuovo commissario nominato dal Governo, rimette le cose a posto. Nel frattempo si continua a lavorare sempre con la ditta Eurocostruzioni, in una situazione complicatissima. A marzo, chiusura della ferrovia: la frana supera ogni limite. La situazione è esasperata. Fino all’arrivo della Protezione Civile Nazionale. Bertolaso viene nominato nuovo commissario (è il quarto dal 2006) e De Biase nominato soggetto attuatore. Giovino collabora inizialmente con il DPC e fornisce ai responsabili tutte le indicazioni e i “segreti” del mostro appresi sul campo. L’8 giugno, però, anche il compito di Giancarlo Giovino termina.

Qualche ricordo riaffiora con prepotenza, mentre ammiriamo dalla variante della SS90 la frana. «Come quando, quel giorno di febbraio, portammo il gommone con i Vigili del Fuoco in sei persone, sotto una pioggia battente». Di Montaguto, adesso, resterà un mal di schiena incipiente, ricordo doloroso, dovuto alle tante “immersioni” nella terra. Per ora, Montaguto è lontana, anche se, di tanto in tanto, qualche ricognizione ‘turistica’ è gradita. E magari, più in là, anche una vacanza. D’altra parte, i montagutesi hanno imparato ad apprezzarlo. «Desidero ringraziare – conclude – tutto coloro che ci sono stati vicini. Il comune di Montaguto, il Genio Militare, l’Anas, i Carabinieri di Greci, il professor Antonio Di Santo, presidente dell’Autorità di Bacino della Puglia, Montaguto.com e tutti i colleghi giornalisti che ci hanno seguito in questi mesi e tutti i cittadini che ho incontrato e che hanno compreso i grossi sforzi che abbiamo fatto. Grazie al professor Cascini e alla sua squadra ed ai colleghi Aib Regione Campania. E rinnovo il mio in bocca al lupo ai colleghi del Dipartimento Protezione Civile».

In fondo, per più di un anno è stato proprio lui l’uomo che ha dichiarato guerra alla frana. E, in un modo o nell’altro, è riuscito a vincere la battaglia più difficile.

Michele Pilla

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