FOTO E VIDEO | Scalo di Savignano, ecco la storia della taverna delle monache


L’amico Michele Savignano ha pubblicato, nel gruppo Facebook “Sabinianum, dagli albori all’eclisse“, la storia della Taverna delle monache, con foto.

Il nome ”La Taverna delle Monache” deriva dalla esistenza di una una ampia proprietà posseduta fin dal 1564 da monache benedettine cassinesi che nel catasto onciario del 1753, risultava dotata di numerosi beni tra cui “tomola trenta di territori di annua rendita docati quaranta”. La vitalità del monastero, composto da ben 25 monache di famiglie benestanti, fu capace di assicurare ai viandanti della statale delle Puglie, lungo cui è ubicata tra i comuni di Ariano Irpino e Savignano, a pochi passi del Ponte Gonnela, ospitalità e ristorazione. Gli ospiti erano soprattutto vetturali di cereali dalla Puglia a Napoli, capitale del regno delle due Sicilie.

L’area di ubicazione è considerata strategica, per essere stata lambita nell’antichità da grandi percorsi commerciali come quello tra l’Adriatico e il Tirreno e quello tra l’Abbruzzo e la Puglia. Infatti si trova all’imbocco sud/ovest del Vallo di Bovino attraversato anticamente dalla Via Minucia del 232aC che metteva in comunicazione l’Apulia con la Campania passando per Equotutico, poi per Benevento, conduceva a Napoli. Questo tracciato, passato secondario in epoca imperiale, fu ripreso da Carlo I d’Angiò verso il 1270 e da Filippo II che la fece ristrutturare nell’anno 1578 e divenne la Via Regia delle Puglie e proprio in questo punto virò verso Avellino, abbandonando Benevento. A qualche chilometro, verso Ariano, passavo il Regio tratturo della transumanza da Pescasseroli a Candela, mentre a qualche centinaio di metri più giù, verso Savignano, passava la Via Erculea che da Equotutico conduceva a Potenza attraversando il nostro territorio. Un altro tratturo da Camporeale conduceva a Lucera. Per i viandanti un’ottima acqua sorgeva, in un abbeveratoio, appena ad una trentina di metri dove nel 1757 fu fatta costruire un’artistica fontana dal Re Carlo III, la cosiddetta Fontana di Ponte Gonnella.

Va da sé che una tale posizione, mentre diventava favorevole in tempi di pace, era estremamente pericolosa specie per una popolazione prettamente femminile in tempi procellosi come il cosiddetto brigantaggio per cui, all’inizio del 19° secolo, l’iniziale destinazione d’uso del luogo decadde, le monache andarono via e i locali della “Taverna delle Monache”, da oasi per i viandanti diventò una distilleria per fabbrica di liquori, che per via degli speciali alambicchi fu chhiamato semplcemente “lu lammicco”..

La struttura fu completamente abbandonata durante la prima guerra mondiale e andò incontro a deperimenti. Solo nel 2014 ha subito una ottima ristrutturazione e “Le due anime del luogo oggi sono state riappacificate dal restauro conservativo che ha abilitato il luogo ad attrazione turistica ( si possono ammirare i vecchi alambicchi, i locali della taverna ed i prodotto tipici enogastronomici) all’interno del progetto di valorizzazione del regio tratturo Pescasseroli-Candela”.

Questo per la storia, ma per altre sensazioni, va riportato che, come riferisce Carmen Matullo, “Il termine lammicco nei ricordi dell’infanzia risuona come un luogo di strane magie e paure.

Lu lammicco, rimasto abbandonato, divenne rifugio insperato per la sosta notturna dei viandanti, tra i quali non mancavano delle liti di varia natura, come quel burlone che prendeva in giro un altro facendogli anche il solletico per non lasciarlo dormire. Più volte avvisato, non la smetteva e l’altro istintivamente tirò fuori un’arma da taglio e lo colpì, e ci scappò il morto, colpevolizzando gente del luogo. Risuona il racconto del passaggio di tanti militari tedeschi, che in contrada La Porta presero d’assalto la masseria di mio nonno che, sotto la minaccia delle armi e con l’aiuto dei suoi fratelli, che abitavano più sopra, dovette uccidere tutte le galline e quant’altro per sfamare la truppa, che nel frattempo aveva trovato riparo sulla paglia nel lambicco, da dove , ripartirono il giorno seguente, dopo aver fatto saltare il ponte Gonnella per rallentare il passaggio degli americani provenienti da Foggia…, mentre il pollaio rimaneva vuoto.
Poi ci fu l’arrivo degli Americani liberatori, segnato dal lancio di cioccolata, caramelle e non so cos’altro e tutti i bambini lungo la strada ad accoglierli festanti”

Era rifugio prediletto per i malfattori del periodo del cosiddetto brigantaggio, mentre durante il fiorire del contrabbando alcuni mezzi di trasporto che ansimanti per la lunga salita erano costretti a rallentare, spesso erano soggetti a svaligiamenti da parte di malviventi.

Un altro lettore ci riporta: “Per me, da piccolo piccolo . quello era un luogo un po’ sinistro e quando ci si passava di notte, seduto sul sedile posteriore della vespa di mio padre, sembrava sempre che gli “spiriti” fluttuassero dai ruderi per afferrarti e rapirti. Però ho sempre sospettato che quell’edificio così imponente per quel luogo, avesse avuto un passato importante e poi ad ingentilire il luogo c’era la bellissima fontana borbonica della Via regia delle Puglie con abbevetatoio e il bellissimo stemma”

Insomma , questa struttura nella sua lunga carriera ne ha visto di belle e di brutti, dalle innocenti verginelle del convento ai briganti e ai tedeschi che stufi della idolatria della razza, dovettero accontentarsi del sacrificio di mite galline!

Michele Savignano

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