FOTO | Racconti di viaggio italiani: la bella esperienza di Fabrizio nella Valle del Cervaro


Riceviamo e volentieri pubblichiamo il racconto di Fabrizio, autore del blog “Racconti di viaggio tra i paesi italiani – Esplorare gli ottomila e passa campanili che puntellano il nostro Belpaese” (» CLICCA QUI PER VISITARE IL SITO).

A scuola quando eravamo bambini, durante le lezioni di Geografia, abbiamo imparato che i fiumi nascono da sorgenti situate in alta montagna e, durante il loro percorso, formano delle vallate che, inzialmente impervie e inaccessibili, diventano sempre più larghe sino a depositare i propri sedimenti in pianura e terminare sfociando su un altro fiume o al mare. Questa è la regola generale che si può applicare più o meno ovunque.

Per fortuna ci sono delle eccezioni. E il territorio che vi sto descrivendo è una di quelle. Il fiume Cervaro, uno dei più lunghi della Puglia, ha la sorgente situata su un’alta collina, anzi un altopiano facente parte dei Monti Dauni Meridionali, più precisamente il Monte Grossateglia che non arriva neanche a mille metri di altitudine. Non solo, per diversi chilometri attraversa gli altipiani dell’Irpinia completamente ricoperti di coltivazione a grano formando un sottile rigagnolo in un paesaggio complesso e costituito da alte ondulazioni e senza formare un’area valliva.

Proprio al confine con la Puglia, a metà percorso, il paesaggio cambia nuovamente. Il fiume si incespica in una profonda e quasi inaccessibile gola, che sin dai tempi dei tempi ha reso sempre difficili e complicate le comunicazioni tra le due regioni meridionali. E poi, appena entrato nel Tavoliere, non forma i classici depositi alluvionali, o meglio sono quasi irrilevanti, perché solca in profondità il piano calcareo prima di raggiungere con un po’ di difficoltà il mare. È un fiume atipico, diverso da quelli che abbiamo imparato dietro i nostri banchi di scuola, eppure è così simile ai tanti altri corsi d’acqua che attraversano il territorio pugliese.

In questo racconto esploreremo i territori attraversati dal fiume Cervaro, situati in Campania, prima di entrare nel Tacco dello Stivale. Sono i primi chilometri, ma sono quelli più accessibili, più facili da raggiungere, e anche i più fragili essendo continuamente soggetti a movimento franoso. Una delle più complesse da gestire, conosciuta già dal Settecento, e non ancora sotto controllo è la frana del paese di Montaguto.

Situato sulla linea di confine tra la Campania e la Puglia, in posizione dominante sulla Valle del Cervaro, è un tranquillo paese di villeggiatura, di origine probabilmente longobarda legata a Benevento. Sebbene si trovi in territorio campano è più facile da raggiungere dalla Puglia proprio a causa della frana che periodicamente blocca la Statale delle Puglie.

Recentemente messa sotto controllo tramite imponenti lavori di arginatura di cemento, è ancora una minaccia per il fragile territorio, aumentando sempre di più l’isolamento del paese con il continuo e progressivo spopolamento. L’unica strada di accesso dalla Statale è ricca di impervi tornanti, inseriti in un paesaggio pittoresco lambito da un bosco comunale, ben attrezzato a villeggiatura. Decido di non fermarmi e proseguire verso il paese, un po’ perché è già tardo pomeriggio, un po’ perché sono un po’ stanco dal viaggio.

Mi trovo in Piazza IV Novembre dove, nelle vicinanze c’è la cosiddetta Fontana Nuova, costruita nel 1876 protetta da un portico con lavatoio e canali. La piazza completamente ricoperta di asfalto, tranne che una povera pavimentazione sull’isola centrale, è assolutamente spoglia senza alcun arredo urbano e dà una sensazione di vacuità e isolamento al paese.

Sviluppato su tre strade parallele tra loro è frutto di una ricostruzione del paese nel 1707, a seguito dello spopolamento del territorio causato da calamità naturali, come peste e terremoti. Ha quindi una struttura razionale, sviluppata in una posizione dominante sul territorio circostante, da cui prospettano semplici ed umili abitazioni a un piano o poco più. Le strade sono ben pavimentate e il tutto emana un’immagine assolutamente dignitosa.

Scelgo la centrale Via Iagulli che mi porta in poco tempo verso il nucleo più antico dominato dalla Parrocchia di Maria Santissima del Carmine. Poco prima di imboccare una scalinata, alla mia destra, nascosta in un edificio anonimo c’è una Casa Museo, gestita dall’amministrazione locale, ma non vi sono indicati né orari di apertura e neanche modalità di visita. Immagino che sia necessario rivolgersi direttamente al Municipio durante i consueti orari di apertura degli uffici.

Non particolarmente sorpreso e dispiaciuto, vista l’ora, imbocco una scalinata, abbastanza ben curata, che mi porta in Piazza Municipio. Qui prospetta il severo palazzo signorile, di stile vagamente neoclassico che penso non sia ricavato da qualche palazzo nobiliare, ma costruito appositamente a scopo istituzionale. È un edificio sobrio con il portale sormontato da un balcone di pietra, mentre le finestre laterali hanno il proprio balconcino e non manca la scritta “Municipio” sul frontone. Attualmente parzialmente adibito a sede di Polizia Municipale, anch’esso mi è parso vuoto e abbandonato con le finestre murate e stento a capire il motivo della costruzione di una nuova sede comunale più periferica rispetto al cuore del paese.

Sono pochi passi verso il centro storico e raggiungo Piazza Antica. Qui prospetto la Chiesa Parrocchiale di Maria Santissima del Carmine, documentata già nel X secolo. Quasi a rispecchiare la semplicità e l’umiltà del paese, ha un sobrio prospetto settecentesco (periodo di ricostruzione del paese) sovrastato da un campanile che sembra essere aggiunto in seguito.

Sistemata a seguito del sisma del 1980, presenta un semplice interno a croce greca con cupola e ospita un altare ottocentesco, oltre che statue lignee di San Michele Arcangelo, San Rocco e San Crescenzo.

Dalla chiesa è possibile passeggiare verso il nucleo più antico di tutto il centro abitato. Costituito per lo più da povere abitazioni su vicoletti situati intorno alla Parrocchiale, come se cercassero un po’ di protezione materna, è formato da una serie di scalinate che solcano il pendio della collina. Sono necessari pochi passi e finalmente si ha un panorama stupendo che spazia dal Tavoliere con il Mare Adriatico ai centri abitati di Bovino e Panni sino al desolato altipiano dell’Irpinia e i lontani Monti del Partenio. Un paesaggio che interessa due regioni totalmente diverse tra loro, ma che sembrano conciliare i loro aspetti migliori in questo paese: semplicità da una parte e varietà dall’altra.

Poco più giù si raggiunge una moderna piazza con funzione di balcone panoramico, da cui ho la possibilità di osservare ogni minimo dettaglio del bel paesaggio davanti ai miei occhi, e che ospita un Monumento alla Famiglia e la Statua di Padre Pio. Ovviamente la mia anima geografica ha il sopravvento alla spiritualità e preferisco osservare il panorama, cercando di scorgerne le diverse sfumature. Mi incuriosisce molto il trovarmi al confine tra la Campania e la Puglia e immaginare dove solchi con precisione la linea di frontiera. Certamente non ricalca elementi naturali, un po’ per motivi storici e un po’ per opportunità.

Torno indietro, proseguendo per un vicolo in salita e, proprio alle spalle della Parrocchiale, c’è Via Roma, una delle tre arterie che attraversa il paese. Fotocopia delle altre due parallele, ha la principale differenza di essere asfaltata e da qui prospettano edifici relativamente più recenti.

Proseguo per Via Villa, l’unica strada rilevante del nucleo antico che mi porta nuovamente in Piazza Municipio. Ci sono alcuni interessanti scorci, ma penso che sia il momento di continuare il viaggio verso altre mete. Proseguo per Corso Umberto I, la terza delle tre arterie parallele, che è probabilmente la più importante poiché non manca qualche piccolo esercizio pubblico, ma nonostante questo le abitazioni sono sempre semplici e dignitose.

Il sole sta lentamente tramontando, quindi non ho la possibilità di effettuare escursioni nelle vicinanze prima che faccia buio. Come ogni viaggiatore allenato ben sa, le passeggiate naturalistiche è sempre meglio farle di prima mattina.

Nonostante questo, mi sento in dovere di informare che è sufficiente percorrere la strada provinciale che collega il paese con Orsara di Puglia, ai cui lati si possono vedere due fontane per prendere diversi sentieri attrezzati che portano alla Montagna, con la sua altitudine di appena mille metri. Nonostante la modesta elevazione da qui si può ammirare uno stupendo panorama a tutto tondo.
Un po’ deturpato dalla presenza delle moderne pale eoliche permette di osservare i Monti Dauni con diversi centri abitati, che non riesco ad identificare con precisione, il Tavoliere, la Valle del Cervaro, l’Irpinia sino a raggiungere il Monte Vulture oltre che il Partenio, il Terminio e il Cervialto. Non solo, se si volge lentamente lo sguardo verso nord si possono osservare, inconfondibili, le elevate cime del Matese e il verdeggiante territorio del Sannio. In breve ben quattro regioni e più di cinque provincie sotto i propri occhi, una delle aree più isolate e pittoresche della penisola italiana.

Per raggiungere la successiva tappa mi tocca tornare nuovamente verso il letto del Fiume Cervaro e proseguire lungo la Statale delle Puglie. Fiancheggio i possenti argini di cemento che provano a limitare la frana e continuo verso il cuore della Campania, allontanandomi quindi dal confine pugliese.

Qualche chilometro dopo, poco prima della stazione ferroviaria, un ulteriore percorso in salita tra tornanti mi porta verso l’unico centro abitato arbëreshë della Campania. Si tratta di Greci. Situata in posizione dominante sulla Valle del Cervaro a ben 823 metri sul livello del mare, è un centro di origine medievale popolato sin dal XVI secolo da una comunità albanese proveniente dalla diaspora a seguito dell’invasione turca.

Chiamata così per un’erronea interpretazione linguistica da parte delle comunità vicine, ritenendoli greci invece che albanesi, è chiamata in arbëreshë Katundi, che significa semplicemente città.
La comunità, che tutt’ora mantiene la lingua e la cultura albanese, non ha avuto rapporti particolarmente facili con il resto del territorio e con i governanti. Posizionati dagli aragonesi in questo specifico luogo per controllare i filo-angioini centri abitati provenzali di Faeto e Celle San Vito, gli abitanti hanno dovuto subire nel corso del tempo le pressioni della Chiesa e dei notabili non arbëreshë, inducendoli ad abbandonare il rito greco-ortodosso a favore di quello latino. Per questo motivo, a differenza di ciò che accade in Calabria e in Sicilia, la comunità arbëreshë locale, pur essendo riuscita a mantenere la lingua balcanica e certe tradizioni, è una delle poche in Italia a praticare il rito latino nelle celebrazioni religiose.

La mia visita comincia dall’inizio di Corso Caroseno, l’asse principale del paese che conduce verso il centro storico. Qui c’è una piazza anonima, su cui prospetta una chiesa che sembra essere lasciata incompiuta. È uno scheletro con mattoni a vista, muri portanti in cemento armato da cui emergono, pericolosi, dei fili di ferro. Forse doveva essere sede della nuova Parrocchiale e, o per mancanza di fondi o per qualche altro misterioso motivo, non è stata mai completata.

Tolgo dalla mia mente questa prima immagine poco piacevole e proseguo lentamente lungo Corso Caroseno, una strada larga e asfaltata su cui prospettano bassi edifici antisismici novecenteschi, in compagnia di qualche edificio signorile di non particolare valore.

La strada è in continua salita, e alla mia destra posso ammirare qualche scorcio con la visuale del paese di Savigliano Irpino. Subito dopo una curva fiancheggio la ben pavimentata Piazza Regina Elena.

Probabilmente il principale luogo di ritrovo sociale della comunità, è anche adibita a parcheggio e qui prospettano edifici di non particolare valore. Situata proprio alle porte del centro storico, a differenza dei paesi arbëreshë calabresi che ho visitato, non ha un classico impianto balcanico costituito da piazzette comunicanti tra loro. Questo per un semplice motivo: il paese è di fondazione medievale ed è stato solo in seguito occupato dalla popolazione albanese.

Proseguo ancora lungo il corso che mi conduce velocemente in Via Scanderbeg. Proprio ad angolo c’è uno dei più interessanti palazzi signorili del paese, ovvero Palazzo Caccese di impianto ottocentesco e ben sistemato. Ha un sobrio portale di accesso in pietra, con sul piano nobile tre finestre con rispettivi balconi in ferro battuto.

Una piccola salita e proseguo a destra sempre lungo Via Scanderbeg. È praticamente l’asse principale del centro storico e, tra l’altro l’unico rettilineo del nucleo storico medievale e questo mi fa pensare che è stato tracciato a seguito di un piccolo sventramento. A conferma di ciò è la presenza di diversi edifici signorili ottocenteschi prospettanti su questo stretto ed elegante asse viario che porta direttamente a un punto panoramico.

A metà strada, però, mi è parso doveroso fare una deviazione a sinistra sulla piccola Piazza Umberto I. Qui prospetta, un po’ nascosta e in posizione rialzata, l’elegante e sobrio Palazzo Lusi, probabilmente l’unico edificio rinascimentale del paese. Costruito nel XVI secolo da un’importante famiglia greco-albanese, e rimaneggiato nel secolo successivo, ha un prospetto in pietra a vista con un semplice portale in pietra ad arco a tutto sesto. Attualmente sede municipale del paese, ospita un piccolo Antiquarium che è visitabile a richiesta durante gli orari di apertura degli uffici.
Torno in Via Scanderbeg e proseguo, fiancheggiando altri edifici signorili, a cui non riesco a dare un nome sino ad arrivare alla fine della strada che prospetta davanti a un panorama stupendo che spazia dai Monti Dauni alle alte e ondulate colline dell’Irpinia. È un paesaggio che è sempre più familiare, tale da permettermi di riconoscere i piccoli paesi situati in cima alle colline.

Superato qualche vicoletto a sinistra raggiungo Via Garibaldi che circonda il centro storico del paese permettendo, in certi punti, di ammirare un bel panorama naturalistico di questo particolare territorio al confine tra la Campania e la Puglia. La passeggiata è breve perché riesco ad individuare in alto un grande edificio e sono interessato a raggiungerlo.

Mi addentro nuovamente nel centro storico con i caratteristici vicoletti e sono pochi passi prima di raggiungere la Parrocchiale di San Bartolomeo. Costruita nel XVI secolo, a seguito del ripopolamento del centro da parte degli albanesi, ha un prospetto sobrio in pietra a vista e ospitava per qualche secolo il rito bizantino. Pesantemente convertita nel Settecento al rito latino presenta un interno a una navata con una volta in laterizio, probabilmente una sistemazione a seguito di qualche recente terremoto, con numerose sculture lignee oltre che varie statue in cartapesta policrome, mentre più avanti ci sono due tele ottocentesche e il classico altare maggiore in marmo policromo.

Ora è giunto il momento di conoscere a fondo il centro storico che, sebbene rimaneggiato a causa della costruzione delle tipiche abitazioni antisismiche del terremoto del 1930, è riuscito a mantenere il suo impianto originario con le classiche kalivë, ovvero delle costruzioni di stile albanese del XVII-XVIII secolo.

Raggiungo la piazza-balcone dedicata a Giovanni XXIII, che ospita un piccolo anfiteatro (un po’ ridicolo) e da qui si può ammirare senza ostacoli un bel panorama della Valle del Cervaro, oltre che gli ormai familiari paesaggi dauni e irpini. Colgo l’occasione per soffermarmi su ogni dettaglio, in particolare i cromatismi che in quel momento si stanno lentamente tinteggiando di rosa per il tramonto del sole. È un po’ tardi, mi manca ancora una meta prima che faccia buio.

Approfitto per perdermi nel cuore del centro storico, che in certi tratti è inaccessibile con transenne e case evacuate con ordinanza sindacale. È una grossa parte che è a rischio di consolidamento statico e non mancano alcune abitazioni già crollate. Mi auguro che possa attuarsi una salvaguardia per evitare che una memoria storica così importante collassi su sé stessa, anche se immagino che sia al di fuori della portata del magro bilancio dell’amministrazione locale.

Passeggio tra un vicolo e un altro e mi sono reso conto di un’importante differenza rispetto ai paesi arbëreshë calabresi: manca il biliguismo toponomastico. Non metto in dubbio che la lingua parlata sia ancora viva e vegeta, come provano le diverse iniziative culturali, ma è innegabile che in Calabria ci sia più tutela di questa minoranza linguistica peraltro sancita da una specifica legge regionale.
Mentre mi avvio verso la mia automobile penso che il paese possa e debba avere il coraggio di investire di più sulla propria peculiarità linguistico-culturale e magari pubblicizzare meglio la sua importante e grandiosa Festa di San Bartolomeo con i suoi figuranti in abiti tradizionali.

Certo, se uno vuole conoscere l’intimità della cultura arbëreshë, dovrebbe incappare casualmente in un matrimonio e osservare la particolare ritualità della cerimonia nuziale, con il corteo che entra nella casa dello sposo, e nel frattempo la madre di lui unisce le teste dei due con un nastro di seta porgendo loro il pane, mentre il padre offre il vino in un unico bicchiere che sarà successivamente rotto, come segno di indissolubilità del vincolo nuziale. Ci saranno sicuramente tanti altri riti legati alle festività religiose, ma ovviamente bisogna essere molto fortunati ad essere presenti proprio in quei particolari momenti.

Bene, è giunto il momento di abbandonare l’atmosfera bizantina per tornare nella realtà latina, che tra l’altro rappresenta (purtroppo?) la maggioranza della comunità italiana. Sono nuovi tornanti che raggiungono velocemente il letto del Fiume Cervaro e la stazione ferroviaria è prova che mi trovo nel comune di Savignano Irpino.

Di antica origine sannitica, è situata in una posizione strategica e dominante sulla Valle del Cervaro e soprattutto al confine tra la Campania e la Puglia. La stazione ferroviaria, ormai senza passeggeri da decenni, è un monumento al passato, isolata e insignificante con la presenza di vari stabilimenti di mobili chiusi da chissà quanto tempo. La reputo quasi un simbolo della decadenza e della marginalità di un territorio che, se messo in condizioni di andare avanti, avrebbe tanto da offrire.

Il nucleo abitato intorno allo scalo si sta lentamente avviando verso il divenire un borgo fantasma, con le case per lo più sfitte e abitate da poche e tenaci persone. Il paese ha visto un fortissimo calo di popolazione, nonostante la sua posizione non sia particolarmente marginale nel contesto irpino.

Superato il Fiume Cervaro, se fossi arrivato all’ora giusta avrei potuto avere la possibilità di effettuare qualche breve escursione lungo il fiume affiancato dalla linea ferroviaria, recentemente risistemato soprattutto grazie alle attività collaterali legate al controllo della frana di Montaguto. Nei pressi della stazione ferroviaria c’è una fonte d’acqua solforosa fredda, memore dell’antica attività vulcanica del territorio.

Io, essendo vicino il tramonto, decido di andare avanti e di proseguire verso il centro abitato del paese. Per raggiungerlo ci sono tre o quattro tornanti che mi portano velocemente a poco più di 700 metri di altitudine.

La visita comincia dalla piccola Piazza Raffaele Magone, con più avanti l’interessante Fontana dell’Acqua Angelica ben sistemata e con cigni di bronzo. Di fronte ad essa prospetta la Chiesa di San Francesco Saverio, una costruzione ottocentesca di stile neoclassico che sembra essere chiusa da chissà quanto tempo per qualche evento tellurico. Ne sono prova il campanile ingabbiato da barre di ferro e la presenza di invasivi contrafforti ai lati della facciata.

Proseguo lungo il commerciale Corso Vittorio Emanuele, ben pavimentato e con la presenza di alberi ai lati. Ha un arredo urbano molto adeguato, costituito da panchine e cestini. È una passeggiata molto piacevole, su cui prospettano prima edifici più anonimi, ma poco più avanti i primi palazzi ottocenteschi degni di nota.

Supero la semplice Chiesa del Purgatorio, forse di origine settecentesca, ma pesantemente rimaneggiata probabilmente a seguito del sisma del 1962 che ha interessato il paese. Fiancheggio il monumento ai caduti e arrivo al bel Palazzo Orsini, attualmente sede municipale.

Costruito per volere di Papa Benedetto XIII nel 1727, in quel momento arcivescovo di Benevento, è un Hospitium pro Peregrinis, ovvero un ospedale per i pellegrini in viaggio lungo la Via Francigena Meridionale che collegava Roma con Monte Sant’Angelo e Brindisi verso la Terra Santa. È un palazzo sobrio, ben sistemato anche se sono evidenti i segni di rimaneggiamento per convertirlo alla necessaria funzione istituzionale.

Alla fine del corso si estende Piazza Umberto I, anch’essa ben pavimentata su cui prospettano edifici molto semplici, anche se non mancano aggiunte moderne, probabilmente dei palazzi costruiti a seguito del terremoto degli anni Sessanta del secolo scorso.

Ingentilita da fioriere, appare come una piazza vuota e poco frequentata, ma sostanzialmente ben tenuta. Una doppia rampa di scalinata permette di accedere al centro storico sottopassando Porta Grande. Sviluppato longitudinalmente lungo il cucuzzolo di una collina, è costituito da vie molto strette, parallele tra loro e con traverse costituite per lo più da scalinate. È un nucleo che, nonostante le distruzioni e ricostruzioni a causa di eventi naturali e umani, ha mantenuto intatta la sua intrigata topografia.

Passeggiare è un po’ faticoso, ma tutto sommato piacevole. Mi trovo in Via Padre Romualdo Formato e pochi passi dopo si estende alla mia sinistra un balcone panoramico con il busto del cappellano a cui la via è dedicata. Scopro quindi che ha fatto parte alla Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale ed è stato insignito di medaglia d’argento per il valore militare.

Alle spalle del busto c’è, inoltre, un bel panorama che sostanzialmente interessa l’intera Irpinia settentrionale. In lontananza si possono intravedere le colline del Sannio, e in condizioni di bel tempo, c’è la possibilità di osservare le cime del Matese. Purtroppo io sono andato quando il sole era già all’orizzonte. Mancano praticamente meno di due ore prima del buio completo.
Osservo le sottostanti case dell’espansione moderna del paese disposte ordinatamente lungo il pendio della collina e proseguo velocemente la mia visita, incuriosito per la presenza delle vie laterali dedicate a diversi pontefici, probabilmente per il forte legame che ha il paese con Benedetto XIII.

La strada cambia nome in Via Francesco De Sanctis, e una scalinata laterale chiamata con il nome altisonante di Via Tancredi mi porta velocemente alle porte del centro storico in Piazza Sorolo. Qui prospetta l’antica roccaforte longobarda del VII secolo, convertita in un edificio castellano in periodo normanno e attualmente ridotta a piccolo rudere. Il Castello dei Guevara era uno dei più importanti dell’alta Valle del Cervaro e appare parzialmente restaurato con lavori attualmente in corso. È formato da alte e spesse mura interrotte da finestre ad arco in pietra. È visitabile a richiesta ed è convertito in un centro congressi.

Osservo uno scorcio panoramico che si estende dall’altra parte del centro storico con una visuale della Valle del Cervaro e i Monti Dauni e proseguo, tornando indietro lungo Via Don Giovanni Albani, un’asse centrale che mi conduce velocemente verso la Parrocchiale di San Nicola. Costruita nel XIV secolo, appare molto rimaneggiata, con una facciata in stile neo-romanico divisa in tre parti che ospitano ciascuna un portale sormontata da un rosone, mentre l’adiacente campanile faceva parte dell’antica struttura fortificata del paese. L’interno a croce latina è diviso in tre navate da pilastri e appare ben restaurato in stile ottocentesco. Notevole è la cappella del Battistero con un portale in pietra del 1514.

Piacevolmente rinfrancato dalla bellezza e dalla semplicità del paese penso che sia giunto il momento di andare via e di proseguire verso la Puglia. Prima però mi piacerebbe perdermi tra i vicoletti del centro abitato e tra una stradina e l’altra giungo in poco tempo verso Via Padre Romualdo Formato. Da qui imbocco un sottopassaggio dove insiste l’antica Porta Lizza e arrivo quindi a Via dei Finestroni.

Prima di tornare verso l’automobile, mi allontano temporaneamente verso il pittoresco Belvedere della Tombola, da cui si può ammirare un magnifico panorama che si estende dall’Irpinia alla Valle del Cervaro sino ai Monti Dauni. La passeggiata è piacevole, ben sistemata e fiancheggiata da filari di alberi e non mancano panchine in pietra.

Cammino avanti e indietro disinteressato al buio che si avvicina sempre di più. Ormai la visita la reputerei terminata con soddisfazione. Riosservo ogni minimo dettaglio del panorama, che è diventato familiare ai miei occhi, tale da riconoscere anche i borghi di Greci e Montaguto che ho recentemente visitato e tornando indietro proseguo per Via dei Finestroni.

La strada ha un nome così strano per la presenza di finestre che facevano parte dell’antica cinta muraria del castello. Si possono infatti osservare gli archi a contrafforte che sono stati con il tempo convertiti in funzione residenziale. A prima vista e, di pancia, potrei dire che la presenza di moderni balconi dà un tono di pacchianeria al complesso, quasi da rasentare il cattivo gusto, ma pensandoci direi che complessivamente l’immagine non è cattiva, anzi ha saputo far convivere la funzionalità residenziale con la storicità che la cinta muraria impone.

La via è in lenta discesa e mi porta in poco tempo al di fuori del nucleo antico, senza dimenticare gli scorci laterali, arrivando in Piazza Savigneux, un paese francese gemellato. È un piccolo e semplice spiazzo su cui insiste un monumento donato dal gemello francese.

La visita termina con una passeggiata lungo la trafficata Via Nazionale che mi porta verso l’automobile. Ora mi tocca viaggiare verso la Puglia, nel cuore dei Monti Dauni. Constato che non è ancora buio, ovvero che il cielo è di un intenso azzurro, e penso che sia il momento di provare ad esplorare un po’ la campagna. Non so se sarò fortunato, anzi la mia esperienza mi dice il contrario. Ma ci provo lo stesso.

La comoda strada provinciale scorre lungo un comodo tratto a mezza costa, permettendomi di affrontare morbide curve e di ammirare un paesaggio solitario sia a sinistra che a destra, dominato dall’ingombro delle pale eoliche. Purtroppo, come avevo previsto, nonostante la guida mi abbia dato indicazioni dettagliate, non sono riuscito a trovare i ruderi di un castello medievale che dovrebbe essere situato su Monte Castello a poco più di ottocento metri e che è noto per aver ospitato Giovanna II di Napoli. Ai piedi di questo monte c’è la Grotta di San Felice, una delle poche grotte carsiche del territorio irpino da cui si diramano cunicoli non ancora esplorati dagli speologi. Ovvio che non pensavo di entrare in queste grotte, vista l’ora e la mia nulla esperienza, ma almeno avvicinarmi ai ruderi mi sarebbe piaciuto.

Mi devo accontentare di osservare il paesaggio lungo la vasta Conca dei Piani, e come si può intuire dal nome vi è la presenza di un grande e sostanzialmente piatto altopiano. Sto per abbandonare alle mie spalle le morbide colline dell’Irpinia per entrare in un paesaggio dominato da cime tondeggianti e ondulate tipiche del Subappennino Dauno. Dopo ore di viaggio e di esplorazione di pittoreschi paesi lungo il confine, posso finalmente dire di trovarmi davvero in Puglia. Nel tacco dello Stivale.

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