Frana, ecco il progetto definitivo e le nuove foto della bretella

Tutto vero! Il progetto c’è. Ed è anche concreto. La soluzione definitiva è arrivata. Dopo trentacinque giorni di studio e lavoro, il 5 agosto negli uffici della Protezione Civile della Campania, a Napoli, è stato presentato il piano per risolvere la difficile emergenza della frana di Montaguto. Dopo un mese di voci che giocavano a inseguirsi, come il proverbiale gatto che si morde la coda, adesso abbiamo delle certezze. Ed è proprio da queste che vogliamo partire in questo lungo articolo che illustrerà, per la prima volta con chiarezza, la situazione.

Montaguto.com ha infatti intervistato in esclusiva il professor Leonardo Cascini, ordinario di Geotecnica presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Salerno. Il professor Cascini è il consulente scientifico di cui la Protezione Civile si è avvalsa per lo studio del progetto. «Anzitutto, è stata fondamentale l’opera dell’ingegner Bruno Orrico e dell’assessore regionale all’ambiente Walter Ganapini. Senza di loro, non saremmo arrivati a tutto ciò».

Professore, a tutto ciò però siamo arrivati a quasi quattro anni da quell’infausto gennaio 2006…

«C’è una premessa molto importante da fare. Negli ultimi sei mesi, esattamente da febbraio, c’è stato un cambiamento di gestione della Protezione Civile. Ciò vuol dire che l’ingegner Bruno Orrico si trova a partire da zero. Tutto quello che è stato fatto (o non fatto, ndr) finora è da mettere alle spalle. L’affidamento dello studio a me e al professor Di Nocera è stato ufficializzato il 30 giugno. Adesso c’è un progetto serio e la voglia di metterlo in pratica».

Ecco, vediamo questo progetto più nel dettaglio…

«Si tratta di uno studio durato 35 giorni, la cui responsabilità è unicamente mia, e tutto ciò che abbiamo presentato è stato calcolato. E’ iniziato tutto con un’indagine storica: la frana, che da ora non chiamerò più così, bensì ‘sistema franoso’, era già nota ai borboni. All’epoca, però, la situazione non era grave come adesso. C’è da dire anche che quell’area tende a mutare continuamente. Ci ha sorpreso non poco, infatti, che vi sia stata un’accelerazione così improvvisa. Dopo l’indagine storica, sono stati effettuati dei rilievi della zona di accumulo a valle e a monte».
Che cosa bisogna fare, ora?
«Adesso, occorre portare a termine alcuni interventi di somma urgenza. Il primo passo, è quello della ‘risagomatura del cumulo’. Questo processo dovrebbe essere portato a termine per metà settembre. E’ un processo fondamentale per non far muovere la terra e tenere aperta la bretella. Il movimento franoso, com’è risaputo, è stato riattivato dall’acqua. La seconda operazione, infatti, prevede proprio la captazione delle acque, che dovrà avvenire per fine settembre. Tutto ciò, però, al di fuori della frana, lungo i bordi, dove saranno realizzate una serie di piazzole a varie quote, dove poter incanalare il materiale in movimento. La terza operazione, è quella dello svuotamento controllato del laghetto a monte. Esso ha una capienza di 18mila metri cubi, secondo una stima della ditta Idrodata di Torino, dunque grande quanto un campo di calcio e profondo circa 7 metri. Lo svuotamento controllato durerà di fatto un paio di mesi, perché se lo si fa velocemente si rischia il cosiddetto ‘Effetto Vajont’».

Professore, adesso diamo i numeri. Quanta terra, esattamente, si è riversata sulla SS90?

«Nel 2006 il cumulo di frana era 1 milione di metri cubi. In una situazione catastrofica si potrebbe arrivare fino a un massimo di 10 milioni, una quantità spaventosa, ma solo se la situazione si lasciasse abbandonata per anni. Per fare un raffronto, la frana di Sarno, di cui mi occupai nel 1998, fu una colata di 2 milioni di metri cubi in un territorio di sessanta chilometri quadrati. Qui, invece, si parla di oltre un milione di metri cubi in un tratto lungo 300 metri».

Una cifra enorme. Dunque, è vero che si tratta di un mostro…

«Diciamo che è una delle frane più vaste in Italia, che richiederà anni di studio. Ormai ha una grande rilevanza scientifica. Proprio per questo, voglio fare un avviso: occorre pazienza, molta pazienza. Con questo non voglio scoraggiare nessuno, perché un primo passo, concreto, adesso è stato fatto. Per portarlo a termine, però, servirà tempo e un durissimo lavoro».

Ogni lungo viaggio, però, incomincia con un passo. Il primo è stato fatto e possiamo ritenerci molto soddisfatti di tutto ciò, ringraziando per tutte le informazioni il cordialissimo e disponibilissimo professor Cascini, che ci ha anche consigliato di non entusiasmarci troppo. Il progetto, infatti, prevede interventi a medio/lungo termine. Ma almeno, qualcosa di concreto l’abbiamo visto coi nostri occhi.

Non contenti, però, ci siamo recati anche negli uffici della Protezione Civile della Campania, a Napoli, dove abbiamo incontrato l’ingegner Roberto Lupoli, direttore dei lavori, e l’ingegner Bruno Orrico, responsabile dell’emergenza frana, che ringraziamo per l’ospitalità e coi quali abbiamo fatto un’altra interessante chiacchierata.

Allora, com’è la situazione?

«Stiamo lavorando. Come può vedere, siamo al 6 agosto e siamo ancora qui, tra riunioni, progetti, interventi… Non siamo fermi come si può pensare, anzi».

Chiacchierando col professor Cascini, ci ha spiegato che ci sono stati alcuni cambiamenti, negli ultimi mesi…

«Assolutamente sì. Sono cambiati i vertici e ora il Settore di Protezione Civile della Campania si interessa quasi esclusivamente della frana di Montaguto. Adesso, c’è un progetto concreto su cui lavorare e a breve contiamo di far partire il tutto».

Il professor Cascini ci ha detto che si tratta di una frana molto complessa, di oltre 10 milioni di metri cubi di terra…

«Sì, un’entità molto vasta. Ma per fortuna si tratta di quello che in letteratura è catalogato come ‘fenomeno lento’. Ciò che preoccupa, ma che in un certo senso affascina gli studiosi, è l’inesorabilità di avanzamento. Per caratteristiche cinematiche, non è una frana che causa il morto, come è accaduto a Sarno. In effetti, non c’è una vera e propria esposizione al rischio, se si eccettua la SS90 e la ferrovia. La strada abbiamo cercato di proteggerla, ma la natura è stata più forte di noi».

E adesso? Cosa si sta facendo?

«Siamo effettuando interventi per tenere libera la strada, ma abbiamo incontrato difficoltà non indifferenti. Anzitutto, precipitazioni superiori alla media. Adesso non piove più, e questo ha di fatto rallentato moltissimo l’avanzamento della frana. Poi, il reperimento dei siti».

Ecco, questo è un passaggio interessante. C’è stato l’interessamento delle Ferrovie dello Stato e del Sottosegretariato ai Rifiuti, giusto?

«Sì, esatto. Abbiamo chiesto il reimpiego del terreno per le discariche. Il terreno è di tipo argilloso, un materiale che serve per l’isolamento delle superfici dei siti di stoccaggio. Un materiale che lo Stato paga alle cave e che noi abbiamo in abbondanza. La discarica che lo utilizza, unica, finora, è quella di San Tammaro (Caserta, ndr). Poi c’è un sito delle Ferrovie (5 ettari, ndr), in cui dovremo sversare circa 300mila metri cubi di terra, per un eventuale reimpiego nelle discariche».

Ma la tempistica? La gente, sostanzialmente, vuol sapere quando riaprirà la bretella…
«Il termine massimo è inizio settembre. Nel frattempo, abbiamo chiesto che venga riasfaltata la strada Ciccotonno. Sicuramente ci sarebbero molti meno disagi e ciò consentirebbe di lavorare con più tranquillità. La fretta, infatti, rischia soltanto di creare altri problemi. E comunque, di questi tempi dovrebbero passare pochissimi autocompattatori diretti a Pustarza. Nel progetto definitivo, a ogni modo, è prevista la riapertura della strada originaria, non più della bretella».

Soddisfatti di questo incontro chiarificatore, che ha messo in luce tantissime novità che probabilmente davvero daranno risultati concreti, magari nel medio periodo, salutiamo l’ingegner Orrico e l’ingegner Lupoli e andiamo via con fiducia. Per quanto il tunnel possa essere lungo e tortuoso, adesso sappiamo che una luce in fondo a esso c’è. Ma ci sono ancora altri due dubbi, due domande che ci assillano, due punti interrogativi che ci strozzano i pensieri. Prima di tutto questo, prima del cambio al vertice e della realizzazione di questo studio, che cos’è stato fatto davvero? E poi: siccome adesso le risorse dovranno essere messe a disposizione dalla Regione Campania, perché il Governo se n’è lavato le mani, siamo davvero sicuri che i fondi ci siano e che basteranno? Le risposte, ahinoi, sarà il tempo a darcele.

Michele Pilla

pallinoverde ECCO LE NUOVISSIME FOTO DI MASSIMO DI PASQUALE

2009-08-06 15:00:33

Commenti

comments

Lascia un Commento