‘Goodbye Irpinia’, prologo integrale del romanzo di Michele Pilla ambientato a Montaguto


Piccolo omaggio per tutti gli amici di Montaguto.com. Questo è il prologo in versione integrale di Goodbye Irpinia, il romanzo di Michele “Mike J.” Pilla ambientato tra Montaguto, Toronto e New York. Protagonista assoluta del libro, la famigerata frana, che nel 2010 causò l’interruzione della tratta ferroviaria Roma-Lecce e della SS90 delle Pugliue. Con questo libro Michele ha voluto rendere omaggio, oltreché al suo amatissimo paese e e tutta la Valle del Cervaro, anche a tutti coloro che hanno contribuito affinché l’emergenza frana finisse nel miglior modo possibile. Ovviamente, tutto questo è anche un monito perché tutto ciò non si ripeta mai più.

“Goodbye Irpinia”, edito da Bibliotheka Edizioni, è il primo Paper novel al mondo, un romanzo thriller in cui ogni capitolo è preceduto da una serie di articoli di giornale: alcune cose sono vere – come la frana – altre sono assolutamente inventate (come ad esempio la scomparsa dei ragazzi). Questa è un’opera di finzione con l’unica eccezione della frana – l’elemento reale di tutta la storia.

Al termine del prologo troverete anche alcuni dei giornali contenuti nel romanzo. Il sito ufficiale è www.goodbyeirpinia.it.

Potete acquistare il libro in versione cartacea o ebook qui » https://www.bibliotheka.it/Goodbye_Irpinia_IT, oppure in tutte le librerie e gli store online.

 

GOODBYE IRPINIA – PROLOGO

 

Toronto, Canada Giovedì 19 agosto 2010, ore 12.00

Un’antica maledizione. Un’oscura presenza. Un paese in ostaggio.

Quello che state iniziando a leggere non è un vero e proprio romanzo, per quanto si tratti comunque di una storia thriller: lo definirei piuttosto un paper novel, un’opera dove realtà e finzione si rincorrono senza soluzione di continuità. Un paper novel, un romanzo che è a metà strada tra una storia e un’in- chiesta giornalistica. La mia inchiesta giornalistica.

Vi svelerò subito il primo segreto di questa inquietante e misteriosa storia: in realtà, per quanto possa sembrarvi in- credibile e assurdo, nulla di ciò che leggerete è frutto di invenzione. L’ho vissuto sulla mia pelle e vi dirò: sono stato molto vicino a cancellare tutto, a bruciare i miei appunti e distruggere tutti i documenti di cui sono venuto in pos- sesso. La mia unica intenzione era quella di dimenticare ogni cosa, e sono stato davvero tanto così dal farlo. Se non l’ho fatto è per merito, o a causa, di una foto, un’immagine piccola, sgranata e in bianco e nero incastonata in un ar- ticolo a piè di pagina di un quotidiano argentino. Una foto che mi ha spronato a ripescare dal fondo del cassetto della mia scrivania l’immensa mole di appunti che ho raccolto nel corso di quasi cinque mesi in giro tra Italia, Canada e Stati Uniti e fonderli in un tutt’uno, in questa sorta di ibrido letterario.

L’inizio di questo romanzo è stato scritto dopo la sua fine, esattamente un’ora dopo averne concluso la stesura, o meglio: questo romanzo è stato scritto in seguito alla sua fine, per come sono andati gli eventi.

Intanto, mi presento: sono Stephen Caruso, Steve, e sono un giornalista italo-canadese. Vivo e lavoro a Toronto praticamente da quando sono nato. I miei genitori sono originari di Pizzo Calabro, una cittadina del sud Italia, nella splendida Calabria, e più volte sono stato laggiù in vacanza. Posti meravigliosi, luoghi incantevoli e gente splendida. E il mare… che ne parliamo a fare!

Il perché di questa doverosa premessa è presto detto, e ne approfitto per chiedere scusa a tutti coloro che troveranno questo mio esordio letterario un po’ strambo o comunque fuori dagli schemi: sappiate che questo è il mio primo – e forse unico – libro. Un viaggio-inchiesta che inizia dal sud Italia: non dalla mia Calabria, bensì da un paesino che de- finire piccolo sarebbe riduttivo. Si tratta di un puntino che neanche appare sulla gran parte delle cartine che ho consultato negli ultimi giorni. Non ci sono andato in vacanza e non ci sono stato per motivi personali: fu Harvey Coleman, il mio capo, a mandarmici.

E oggi che sono qui, in questa soleggiata mattinata canadese di metà agosto, non so ancora se ringraziarlo o maledirlo. Per come sono andate le cose – e per quello che si è ritrovato anche lui a subire – propenderei più per la se- conda ipotesi.

Ma forse è meglio tornare indietro nel tempo a cinque mesi fa, a quel 7 marzo in cui Harvey Coleman mi convocò con urgenza nel suo ufficio. E quando Harvey Coleman convoca qualcuno con urgenza nel suo ufficio qualcosa di importante, di lì a breve, succede sempre.

A me, per esempio, ha cambiato la vita.

 

Toronto, Canada Domenica 7 marzo 2010, ore 11.30

Quando Harvey Coleman mi convocò nel suo ufficio per una riunione urgente pensai che fosse coinvolta tutta la redazione culturale del Toronto Herald, tre persone più il capo- servizio, Matthew Coletti. Ritrovarmici invece da solo con Harv accese il mio primo campanello d’allarme.

Così cominciai a passare mentalmente in rassegna gli ultimi articoli che avevo scritto durante la scorsa settimana. Quelle che lui chiama “riunioni urgenti” si traducevano spesso in furiose lavate di capo per qualcosa che non era andata a genio a lui, alle istituzioni oppure agli sponsor. Tra le cose che avevo pubblicato negli ultimi giorni sulle pagine dell’Herald, però, non me ne venne in mente nessuna che avrebbe potuto farlo incazzare fino a quel punto. Infatti non era quello il problema, e anzi, quando entrai nel suo ufficio mi accolse con aria soddisfatta, quasi festosa. La qual cosa mi insospettì ancor di più. Harvey Coleman non è il tipo di capo che accoglie con aria festosa un suo sottoposto.

«Ciao, Steve», salutò mostrandomi un sorriso sornione. Aveva l’aria di un venditore e io il suo primo cliente dopo mesi di magra.

«Buongiorno, Harv. In che pasticcio mi sono messo per meritarmi tutto questo?»

«“Questo” cosa?»

«Hai detto riunione urgente, e di solito le riunioni urgenti non sono mai così allegre. E visto che ci sono soltanto io, qua dentro, mi dichiaro sin da subito colpevole senza atte- nuanti!» Sorrisi per alleviare la tensione.

Il suo sorriso si allargò più del mio. «Steve Steve Steve», disse voltandosi verso la finestra che affacciava su Rodick Road, nella municipalità di Markham, la quarta più po- polosa della Grande Toronto. È considerata la capitale dell’Hi-Tech canadese con grandi aziende del settore. «Non sono così carogna come sembro.»

Risposi con un sorriso a mia volta, pensando che nessun boss è mai meno carogna di quanto sembri, ma tenni per me quel pensiero e mantenni un dignitoso silenzio.

«E dunque, esauriti i convenevoli, ti starai chiedendo per quale motivo ti abbia convocato urgentemente. Bene, ti dice niente la parola Montaguto?»

Caddi dalle nuvole. «No. Dovrebbe?»

Tornò alla sua scrivania, sedette e girò il monitor verso di me. Lo schermo mi mostrò la home page di un giornale online in italiano, Cronache Arianesi, che titolava: “Mistero a Montaguto, ragazzino di otto anni scompare nel nulla”.

«Un paese italiano?», domandai.

«Esatto. La tua prossima meta!»

«Cosa? No no no, aspetta un momento, boss. Che storia è questa?»

Harvey piazzò un gomito sul piano di legno pregiato della sua enorme scrivania e poggiò il mento sul palmo della mano. «Non lo so. Dovrai raccontarmela tu.»

«Ecco, lo sapevo che c’era la fregatura.»

«Che vuoi dire?»

«Che sai fin troppo bene che in questo periodo non posso allontanarmi troppo da casa! Maggie ha delle esibizioni importantissime che proprio non posso perdermi! Ne va della mia vita coniugale!»

«Ah, e allora non c’è bisogno che mi ringrazi! Dunque, oltre a darti una bella occasione professionale sto anche migliorando quella personale!»

Scossi la testa e sospirai.

«Okay, torniamo seri. Steve, tu che cosa sei?»

«Un giornalista», risposi impaziente, come uno scolaro a cui devi ripetere la lezione per l’ennesima volta.

«No, Steve. È qui che ti sbagli. Tu sei un bravo giornalista. Tu sei un ottimo giornalista, forse persino nella lista dei migliori che io conosca.»

«Boss…»

«E se non mi chiamassi boss, finiresti persino tra i primi tre, mio caro. E io, per premiarti, ho deciso di regalarti un bello scoop! Torni a fare l’inviato, e farai un bellissimo viaggio, di cui voglio descrizioni dettagliate con resoconti sintetici. Non azzardarti neanche per scherzo a mandarmi reportage di oltre quattro cartelle che va a finire direttamente in quel cestino sotto la mia scrivania!» Si alzò e andò alla finestra. «Sorridi alla vita, mio giovane sottoposto! Te ne vai dieci giorni in Italia. Dieci giorni se tutto finisce bene, ovviamente.»

«Dieci  giorni? L’ultima volta che mi hai mandato in Europa mi ci sono volute trentasei ore per riprendermi dal viaggio!»

Si voltò verso di me. «Stevie, questa è un’emergenza.»

Sentirmi chiamare Stevie aumentò il mio personale livello di allarme – e di rabbia, aggiungo – da rosso a porpora.

«Mark è impegnato con il G7, Paul ha la bronchite e quei due omicidi in centro a Toronto stanno mettendo a dura prova Hannah e Leonard. Sai benissimo che non ti considero una ruota di scorta e so perfettamente che hai problemi a muoverti ma non si può fare diversamente.»

Il boss strinse gli occhi piccoli e sguscianti e attese un mio segno di reazione. Mi limitai a sospirare nuovamente.

«E dove si trova questo Monta…»

«Montaguto. Si tratta di un piccolo paese del sud Italia, a poca distanza da Napoli.»

«D’accordo, Harv, adesso giochiamo a carte scoperte. Perché mai un grande giornale di Toronto manda uno dei suoi uomini “di punta” in un piccolo paese del sud Italia per raccontare di un bambino scomparso?»

Mi invitò a guardare nuovamente il monitor. Indicò l’articolo di spalla, sulla destra, che titolava: “Allarme frana, dopo la nomina il commissario Feola annuncia: «La tratta ferroviaria è in pericolo»”. «Non  si  tratta  soltanto  del  bambino  scomparso.  C’è anche questa frana gigantesca che sta tagliando in due l’Italia. Si dice che sia la più vasta d’Europa.»

«E le due cose sono collegate?»

«Non credo, ma dovrai rovistare un po’.»

«E questo non cambia la mia domanda. Te lo chiedo ancora una volta, Harv: per quale motivo il Toronto Herald dovrebbe interessarsi a roba del genere inviando qualcuno da qui?»

Mi guardò come se volesse dirmi qualcosa ma stesse ripiegando su un’altra, omettendo particolari importanti. Era proprio quello che stava facendo, come avrei scoperto in seguito. «Perché come ben sai, Steve, qui a Toronto c’è una vasta comunità di italiani. E, tra questi, ci sono tanti montagutesi. E perché, come ben sai anche stavolta, non stiamo attraversando un buon momento. Abbiamo bisogno di storie, per vendere, e dobbiamo togliere lettori italiani alla Gazette. Loro vanno forte, tra i tuoi connazionali.»

Sospirai. «E quando dovrei andarci?»

«Questa notte. C’è già un biglietto a tuo nome.»

 

Ore 14.30

Impiegai quel che restava della mattinata e la primissima parte del pomeriggio a effettuare alcune ricerche su quella storia e, secondo quanto emerse, per essere un paese così piccolo e scarsamente abitato a Montaguto ci si annoiava davvero poco, e non solo a causa di quella che era stata de- finita la frana più vasta d’Europa. Quello che Harv mi aveva mostrato era il secondo caso di scomparsa di un ragazzino nel giro di quindici anni, come raccontava l’edizione del 26 agosto 1995 de La gazzetta del Cervaro, un giornale locale che, con un bel colpo di fortuna, avevo trovato sul web e che ho inserito all’inizio del capitolo seguente.

“Dov’è finito Luigi Altieri?”, strillava il titolone sparato a caratteri cubitali in prima. Un altro bambino scomparso in quindici anni da un paese di circa quattrocento persone. Esattamente 415, nel 2011 – più o meno quanto quelli che lavoravano nelle due fabbriche di Rodick Road che circondavano la nostra redazione – contro i 2.470 del 1931: in meno di un secolo la popolazione si era abbassata di sei volte.

Situato tra due regioni, Campania e Puglia, a 730 metri sul livello del mare: un buon punto di partenza, per me che adoro la collina. Note caratteristiche: le tante fontane e una gigantesca frana, la più imponente d’Europa, che da anni creava grossi disagi alla popolazione. Più di tre chilometri di lunghezza, oltre 670mila metri quadrati di superficie e circa 10 milioni di metri cubi di volume.

Secondo le cronache recenti, dal 2006 l’enorme movimento di terra minacciava anche la tratta ferroviaria ai piedi del paese, una linea che collegava il centro con il sud est dell’Italia e le previsioni di tecnici ed esperti non davano buone speranze. Insomma, di spunti per raccontare buone storie ce n’erano in abbondanza.

Misi da parte tutto il materiale che avevo raccolto e tornai a casa per prepararmi al viaggio che mi avrebbe ri- portato in Italia dopo tre anni dall’ultima visita ai miei parenti in Calabria.

Maggie parve abbastanza comprensiva e non sembrava affatto dispiaciuta per la mia partenza, che mi avrebbe co- stretto a saltare le cinque gare di equitazione che l’avrebbero tenuta impegnata per tutta la settimana a venire e l’altra ancora. Aveva lavorato duro, soprattutto perché veniva da un anno di stop dopo una brutta caduta da cavallo. E poi c’era il saggio finale di danza moderna di nostra figlia Sarah.

Eppure, nonostante la grande importanza che aveva il suo ritorno in sella, probabilmente dovetti apparirle io stesso fin troppo seccato di partire perché sembrò quasi lei a incoraggiare me. «Tesoro, la mia è soltanto una gara», disse mentre mi aiutava a preparare le valigie. Sarah era a scuola di ballo e noi avevamo la nostra grande casa tutta per noi.

«Questa per te è un’occasione enorme, Steve. Magari ti passano agli esteri!»

Sorrisi e mi resi conto che aveva ragione, come sempre, del resto: nel giro di un anno, infatti, le cose all’Herald erano totalmente cambiate in peggio. Io ero passato dalla cronaca alla cultura, un incarico di maggior prestigio che mi aveva introdotto a un mondo nuovo fatto di vernissage, convegni, presentazioni di libri e mostre. Da inviato guada- gnavo molto di più e pubblicavo spesso in prima pagina ma adesso la mia vita era decisamente più equilibrata, anche se la cronaca era davvero il mio pane quotidiano. Non avevo comunque potuto oppormi alla decisione del consiglio di amministrazione del giornale. Nessuno di noi aveva potuto. A qualcuno era stato dimezzato il compenso, qualcun altro era addirittura finito a spasso. Da qualche tempo non ce la passavamo benissimo, a dire il vero, e poiché eravamo costantemente sotto esame, quella era un’occasione per dimostrarmi indispensabile, magari contribuendo con i miei articoli dall’Italia a un incremento delle vendite.

Mi dispiaceva perdermi le gare di Mag e il saggio di Sarah, ma sapevo che ci sarebbero state altre occasioni nei prossimi anni, mentre per me quella era un’opportunità più unica che rara.

Maggie mi accompagnò all’aeroporto Pearson di Toronto, quel pomeriggio. «Allora, di che si tratta realmente?», mi domandò mentre procedevamo neanche troppo a rilento sulla four-oh-one, l’autostrada 401.

«Vorrei saperlo anch’io. Harv mi è sembrato criptico. Ti pare che mi mandino fin laggiù per un ragazzino scomparso e un po’ di terra che scivola da una montagna?»

E infatti no, non poteva essere possibile. Ma avrei capito soltanto qualche giorno dopo che questa storia aveva per protagonista una comunità fiera e forte e i suoi tanti emigranti che, nel corso degli anni, non avevano più potuto farvi ritorno. Una storia molto più complessa di quella che mi era stata presentata.

Un primissimo sospetto lo ebbi qualche ora più tardi quando, seduto sul mio sedile, cintura allacciata e appunti in grembo, rilessi la prima pagina de La Gazzetta del Cervaro, con quel suo titolo nero e bordeaux che poneva una semplice ma terrificante domanda: “Dov’è finito Luigi Altieri?”.

Ero in aereo, e intorno a me sentivo l’eco delle parole di un’hostess e uno steward che illustravano pigramente le procedure di emergenza in caso di necessità. Il velivolo era ancora fermo nel suo stallo sulla pista, con il motore acceso, e alla mia destra una signora dai capelli rossi sulla cinquantina leggeva un tascabile ma sembrava sul punto di addormentarsi. E mentre aspettavo che l’aereo guadagnasse la pista e iniziasse il decollo verso la nazione che aveva dato i natali ai miei genitori, chiusi gli occhi anch’io per qualche momento, poi tornai a concentrarmi su tutto ciò che avevo trovato in rete su Montaguto, piccolo paese irpino che nascondeva un segreto tanto terribile quanto assurdo.

 

 

 

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