Io, Ciro Esposito e quel tifoso romanista al concerto…


Questa storia non riguarda Montaguto. Mi è stata inviata da un caro amico di Napoli. Finora non avevo mai parlato di Ciro Esposito, il tifoso napoletano ucciso da un colpo di pistola prima della finale di Coppa Italia a Roma, lo scorso 3 maggio. Non avevo mai parlato finora di Ciro, perché non c’ero, non conoscevo quel povero ragazzo e non avevo e ho nessun diritto di esprimere pareri. Posso solo dire “Che riposi in pace”. Ma ho amici romani e romanisti a cui voglio un bene dell’anima, “pur” essendo io tifoso del Napoli. Ecco, leggendo questa storia che mi ha mandato il mio caro amico Mario Setola si capisce quanto il calcio, a certi livelli, faccia male. Questa storia è il senso della vita.

LEGGETE, È UN PO’ LUNGA MA È QUALCOSA DI STUPENDO… E FA RIFLETTERE. BUONA LETTURA!

Mi chiamo Mario Setola, sono un avvocato del foro di Napoli. Ho 36 anni e sono tifosissimo del Napoli Calcio. Lo seguo sempre, fin dai tempi in cui, mano nella mano con mio padre assistevo alle magie del più grande di sempre, dalla Curva B. Dal momento che sono anche un giornalista, iscritto all’ordine dei pubblicisti, e collaboro per varie testate sportive, quasi sempre lo seguo dalla Tribuna Stampa del San Paolo, onde poterne commentare le prestazioni. Quest’anno tuttavia, per qualche immotivato capriccio dell’Ufficio Stampa del Calcio Napoli, sono stato “costretto” a seguire qualche partita in Curva.

Ci mancavo dai tempi di Maradona. Non vi nascondo un briciolo di disagio preconcetto. “Che ambiente sarà? – mi domandavo – ho sempre sentito cori inneggianti alla violenza ed all’antistato?!”. Ma la fede e la voglia di vedere l’azzurro sul rettangolo verde, era troppo più forte e ci sono andato. Proprio nelle partite di cartello contro ROMA e JUVE. Due grandi vittorie! Vittorie in campo e sugli spalti. Sapete cosa, infatti? Con mia piacevolissima e graditissima meraviglia, ho scoperto che la passione per il Napoli, per i colori, per la città superava di gran lunga i propositi quasi bellicosi dei (per la verità pochi) soliti imbecilli. Fin troppo “calcolati” e “chiacchierati”. Certo, in Curva non si ammirava la compostezza della tribuna, sia nei modi di fare che nei modi di dire. Ma sei allo stadio, non a teatro.

È stata un’esperienza bellissima. Tantissimi ragazzi con le fidanzate, papà con i bambini. Altro che covo di malavitosi o altro. Non voglio fare il moralista, è una cultura che non mi appartiene. Ho sempre, a mie spese detto quello che pensavo anche nelle situazioni più scomode. E lo farò anche adesso. La Curva, intesa nella sua stragrandissima maggioranza, è uno spettacolo di civiltà e sicurezza. Ma sentite cosa mi è capitato. Durante la partita contro la Roma, ad un certo punto notavo che la folta delegazione del tifo giallorosso inneggiava con astio evidente all’eruzione del Vesuvio, chiedendogli di lavare Napoli ed i napoletani con il fuoco. Molti di essi, sono entrati contemporaneamente, come un fiume affollando l’anello inferiore (come sempre) del settore ospiti. Questa gente, fregandosene della partita – peraltro già iniziata da un po’ – non facevano altro che inveire contro la curva ed i napoletani. Guardavano la curva in cui ero accomodato, la A, toccandosi i genitali e facendo gesti schifosissimi.

Gesti e cori più che ricambiati, per carità. Ma non riuscivo a soprassedere. Sono un ragazzo molto mite e sportivo. Chi mi conosce lo sa! Amo il calcio e lo pratico da quando avevo 6 anni. Ma quell’odio dichiarato di quei facinorosi giallorossi mi toccó molto. Troppo! Un odio che non poteva essere assolutamente legato solo ad una rivalità calcistica. Quasi senza pensarci mi lanciai nel mio primo coro che non fosse di incitamento agli azzurri. Lo cantai con veemenza ROMANO OHOH, BASTARDO OHOHOH, ROMANO BASTARDO SEI TU. Non me ne vergognavo, intonavo quelle parole rivolgendomi a quel gruppo di persone venute fino a casa mia, a casa nostra, per discriminarci ed offendere, noi e la nostra amata città.

Noi e la nostra cultura partenopea.

Non il Napoli che in classifica era dietro di loro. Questo non importava affatto, ma Napoli ed i napoletani. Il pallone era realtivo, era solo il pretesto. Quella sera, in particolare notavo un romanista, forse mio coetaneo che mi fissava e inveiva contro di me. Si esatto, guardava proprio me. Suggestione? Non credo. Chi è stato in Curva A, anche sono una volta, saprà che da quella posizione si vedono distintamente i tifosi ospiti. Ve lo assicuro, ce l’aveva proprio con me. A chiari gesti mi faceva capire “ti taglio la gola, se ti incontro per strada ti accoltello!”. Rimanevo così. Basito. Vi confesso, anche un po’ impaurito. “Ma chist over fa? Ma che gli ho fatto?- mi chiedevo – ma chi cazzo lo conosce?”.

Non vi nascondo che, sbagliando, mi veniva sempre più di accodarmi ai cori contro di loro. E allora vai con CHI NON SALTA GIALLOROSSO È… Erano irritanti. Non capivo tanto astio. Nettamente al di la di un risultato sportivo. E quindi non mi dissociavo dal ricambiare con cori (non con lancio di bombe e fumogeni) contro di loro. In ogni caso, finita la partita, e dopo una grande vittoria, tornai a casa felice e soddisfatto per averli battuti. “Con la Roma se ne parla il prossimo anno, capitolo chiuso – pensavo – ed il prossimo anno vinciamo noi lo scudetto”.

Poi arrivò il giorno della finale di coppa Italia. Gli spari di pistola di quel Gastone a viale Tor di quinto. Ciro Esposito in coma. Io davanti alla TV ad assistere ad una partita surreale. Con la morte nel cuore. Con la speranza per Ciro, con la gogna mediatica per Genny a Carogna, con una coppa Italia alzata al cielo ma non come avremmo meritato. Non con quel bagno di folla per le strade della città. Non con quella felicità che è rimasta inesplosa. Ad esplodere, purtroppo, fu quella pistola. Fu allora che ripensai all’immagine di quel romanista che al San Paolo mi guardava in cagnesco.

Mi tornarono alla mente quei momenti in cui mi urlava tutto il suo odio, e se avesse potuto mi avrebbe sbranato. Intanto per mano di uno di loro, Ciro (un ragazzo come me) poteva averci rimesso la vita. Questa cosa mi fece quasi odiare quella tifoseria, quei colori, quella gentaglia. Quei vili attentatori. Quasi non pensavo più al mio mite carattere tollerante e sportivo. “Ma questi sono pazzi davvero?- mi interrogavo – sono assassini. Altro che pallone. Girano armati e ti sparano solo perché hai un vessillo azzurro?”. Manco i nazisti sparavano a vista agli ebrei! Qualcosa non va. Vanno aiutati, qui il calcio non c’entra nulla. Ma, purtroppo, ripensavo a quel ragazzo che mi avrebbe tagliato la gola se fossi stato in mezzo a loro quella sera a Napoli e non riuscivo a non provare un odio profondo. Per chi mi disprezzava pur non conoscendomi per il sol fatto che incitavo gli azzurri. Per chi era disposto addirittura a spararmi per affermare la sua predominanza.

L’apice lo si è raggiunto qualche giorno fa. Quando Ciro è volato in cielo, quando ai funerali le sciarpe coprivano la bara, non il dolore e la rabbia. Tante tifoserie gemellate nel dolore. Tutti, molti, tranne i romanisti. Che inondavano Facebook con frasi del tipo “finalmente è morto il napoleCane” e simili. Credetemi, scrivo e piango, anche adesso. Ho una rabbia dentro che mi spaventa. Vorrei abbracciare forte la madre di Ciro e tutti i suoi amici. Avevo deciso, li odiavo con tutto me stesso. Speravo potesse capitare anche a loro un dolore simile. Magari proprio a Napoli! Maledetti, tutti! Un desiderio deprecabile che ho portato con me fino ad oggi. Perché proprio oggi? Perché oggi mi è successa una cosa.

Oggi, forse ho trovato la mia vendetta. Oggi, c’è il concerto di Vasco Rossi a Roma. Un evento. Amo Vasco e sono qui, nella tribuna nord numerata e da poco il Blasco ha dato il via allo show… ironia della sorte con un brano dal titolo “gli spari sopra”. Ma fuori dallo stadio, qualche ora fa, mi è successa una cosa stranissima. Mentre parcheggiavo, distratto, ho tamponato una Fiat 500 Rossa con a bordo due coppie. Una macchina nuova! Cazzo, avrà avuto un mese di vita.

“Proprio mo?! – imprecavo prima ancora di scendere dalla vettura – C’è il concerto, mo questo si incazza, mi fa perdere tempo, vuole che gli ripari l’auto per qualche graffietto che si è fatto”. Scende il tipo con fare da bullo e dall’accento romano. “Mi hai sfasciato l’auto, ma dove guardi?”. Io, visibilmente dispiaciuto (avevo torto marcio) mi scuso e con un sorriso gli faccio notare che la botta è stata più fragorosa del danno reale. Il tizio, tuttavia, senza ricambiare il sorriso mi chiede se stavo andando al concerto. Al mio Sì, guarda gli amici, stavolta sorride, mi da una pacca sulla spalla e mi fa “nun te sta a prepccupà Napoli, n’amose a sentì Vasco và, che a machina ce pensa papà che fa er carrozziere!”.

Mi sorprendo. “che culo – dico tra me e me – è stato proprio gentile”. Prendo per mano la mia ragazza e ci incamminiamo tutti e sei verso lo stadio Olimpico da Ponte Milvio. Strada facendo, come per ogni copione che si rispetti, le ragazze si intrattengono a chiacchierare tra loro di cose di donne ed io ne approfitto per offrirgli una birra. Eravamo appena entrati nell’impianto.

Al concerto mancavano 3 ore! Quindi, subito un’altra birra. La terza la offre lui a me. Sorridiamo e facciamo a gara a chi ha visto più concerti di Vasco. Lo batto di gran lunga. Io 12 lui 7. Appena fiuta che sono un avvocato mi dice ironico “Ora difennite che m’hai sfasciato a machina”. Insomma, avevamo trovato una piacevolissima compagnia. Quasi abbandonammo, sia noi che loro gli altri amici che si persero nei 60 mila vascolizzati. Tra risate e chiacchiere, Il discorso scivola inevitabilmente allo sport ed alla nazionale flop di questo mondiale. Dalla sua camicia aperta scruto un lupacchiotto in oro e ne deduco che il tizio tifa giallorosso.

Preferisco non aprire l’argomento. Ma lo fa lui e mi chiede: “Che tifi Napoli? Beh nun potevi esse perfetto”. Sempre sorridendo. Ricambio la battuta non nascondendo un pizzico di rabbia affermando “se fossi stato perfetto, secondo te avrei chiacchierato con un romanista?”. Le birre ed una sintonia su troppe cose, e con le nostre fidanzate ormai già amiche, ci confidiamo che non siamo solo tifosi, ma che frequentiamo lo stadio. Lui anche in trasferta. Avrei voluto chiedergli mille cose, fare mille domande. Ma la musica e quella magica atmosfera conciliava solo il sorriso e la socializzazione.

È scattato automatico l’abbraccio tra tutti e 4 quando Vasco ha intonato VIVERE… ed il mio pensiero è andato dritto a Ciro, morto forse per mano di un amico di questo ragazzo. Di questo ragazzo come me. Di questo ragazzo a cui, forse, un po’ voglio già bene. Metto da parte vergogna e dignità e scoppio in lacrime. Non lo avevo mai fatto. Mai davanti alla mia ragazza. Mai in pubblico. “Qualrcosa nun va? – mi chiede visibilmente preoccupato e con lui le ragazze – “. Li tranquillizzo e gli confido che mi era venuto in mente Ciro Esposito e la morte assurda che aveva trovato. Neppure finisco di parlare ed il tizio, lasciandomi lì con la mia e la sua ragazza, scappa di corsa verso i bagni. Il mio stato di tristezza dato dal ricordo di Ciro, me ne fecero fregare di quel repentino allontanamento. Poi dopo un po’, tornò con tre birre. Le aprì e mi disse. Beviamo la nostra birra, la terza è per Ciro, che sta in mezzo a noi. E scoppiò a piangere lui… più di me. Lui a singhiozzi. Non poteva fingere, sarebbe stato da oscar. Ma piangeva. Teneva stretta la mano della fidanzata e singhiozzava. Poi mi abbracciò e mi disse, senza mai più tornare sull’argomento.

“Noi amiamo la Roma, noi amiamo la Magica. Nun semo assassini. Ciro ce l’ho nel cuore, e chi non ce l’ha nun è romanista è una bestia”. Il concerto sta andando avanti, e quando insieme saltiamo sulle note di Rewind, il colpo di scena. Dopo averlo guardato più attentamente, mi rendo conto a meno che il mio ricordo non mi inganni, udite udite, che era il tizio che voleva tagliarmi la testa al San Paolo (mi ha detto che era lì). Quello che mi guardava fisso e con un odio immotivato. Si proprio quello che abbracciavo mentre Vasco cantava Rewind. Non glie l’ho detto, e non so se lo farò prima che finisca il concerto. Ma è così strano?! Ci ha appena invitati a casa sua a Fregene al mare e ci ha detto che verrà in vacanza a Sorrento ad agosto.

D’un tratto mi sono acceso una sigaretta, seduto per conto mio fingendo di smanettare col cellulare e pensavo. “Ma come cazzo è strana la vita? Io questo non lo odio. E come lui sai quanti non ne odierei? E Lui non odia me. Di certo non spera che il Vesuvio stermini me e la mia famiglia se eruttasse. Ma perché? Perché proprio a me? Perché se non ci fossimo incontrati avrebbe continuato ad odiarmi…ed io a lui?”. Da quel momento.

Da pochi minuti, ho smesso di odiare (non di condannare!!) chi va allo stadio ed intona certi cori. Ho capito che sono dettati da ideali estremizzati e che, come ha detto la mamma di Ciro dal pulpito, l’amore può sconfiggere la violenza. Certi odi tra tifoserie affondano le radici in dinamiche ai più sconosciute. Un giovane tifoso giallorosso, odia e canta contro Napoli (e viceversa) solo perché così fanno tutti. Poi magari, come è accaduto a me, nel corso della partita ti senti offeso e deriso e ricambi con cori ed offese. Parte tutto da lì. Poi magari, prendi singolarmente tutti i ragazzi delle curve, a loro insaputa li porti ad un concerto, e li vedi ubriacarsi insieme ed abbracciarsi per una passione, savolta comune, come può essere l’eterno Vasco.

In conclusione, Ciro Esposito per me (e spero per tutti), non è morto per caso. Ciro potrebbe davvero aprire le porte del rispetto e chiudere quelle della deficienza ottusa. Ciro da lassù ha fatto già il suo primo, piccolo miracolo. Ora sogno stadi festosi, che coincideranno col primo tricolore azzurro. Tanto gli assassini pagheranno per mano della giustizia. E come loro tutti quelli che interpretano questo meraviglioso sport solo come il pretesto per alimentare odio e discriminazione.

NOI AMIAMO IL CALCIO! SEMPRE E COMUNQUE FORZA NAPOLI.

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