Lucia Andreano da Amagasaki (Giappone) ricorda l’infanzia tra Montaguto e il mondo – parte 1

Inizia oggi una rubrica, un “viaggio” che l’amica nostra Lucia Andreano ha deciso di intraprendere con noi, partendo dall’infanzia fino ai giorni nostri.

Se penso che sono stata abituata a viaggiare fin da quando sono nata, quando i miei si sono trasferiti a Valenzano (BA) per ritornare a Montaguto il fine settimana e durante le feste, mi rendo conto di non essermi mai sentita appartenente ad un unico posto, ad un’unica realtà.

La prima volta che sono salita su un aereo avevo appena quattro anni. Andavo in Francia con la mia mamma.  Non ricordo molto, a parte una macchina fotografica giocattolo con le immagini di Parigi portata a casa come souvenir.

Poi iniziano i ricordi delle estati a Prato dalla zia, dove in poco tempo finivo per prendere l’accento fiorentino. E ancora i viaggi in Svizzera e in Spagna con i miei genitori, fino alle prime vacanze separate dalla famiglia passate in Umbria dalla mia amica del cuore delle scuole medie.

Viaggiare mi ha sempre affascinato, vedere paesaggi diversi, conoscere gente nuova, dialetti e usanze differenti. E come un vizio che non riesci a toglierti, questo desiderio di conoscenza mi ha spinto sempre più lontano. Alle superiori è nato l’amore per Londra, alimentato dalla passione per l’inglese che parlavo abbastanza fluentemente dalle scuole elementari e che ora, non praticandolo più, ahimè, ho iniziato a dimenticare; amore per Londra ovviamente seguito da diversi viaggi in UK. Le vacanze estive a Montaguto diventavano sempre più sporadiche; quando poi mi sono trasferita a Roma per studiare, per la mia famiglia incontrarmi era diventato quasi un miraggio.

Andare via di casa a 18 anni, per quanto sostenuta economicamente dalla famiglia, ti aiuta a imparare a gestirti da sola, a risolverti da sola i problemi, oltre che ovviamente a imparare piano piano a cucinare “commestibile”, se non vuoi andare avanti a vita ordinando pizza da asporto e cucina cinese.

Quando sei ventenne è una sensazione bellissima, ti senti libera e sicura di riuscire a realizzare tutti gli obiettivi che ti prefiguri. E avendo scelto di studiare giapponese, sostenuta da un padre meraviglioso che ha sempre creduto e investito nelle mie capacità, anche quando i dubbi ce li ho avuti io stessa, mi sono catapultata dentro questa grandissima avventura che è il Giappone.

La prima volta che sono arrivata in Giappone era l’estate del 2004, avevo 24 anni.  Un’amica giapponese incontrata a Londra mi aveva consigliato una buona scuola di lingue a Tokyo. Tramite internet mi ci sono iscritta, prenotando anche il dormitorio per gli studenti. Ero entusiasta! Certo ero abituata a viaggiare, ma un viaggio dall’altra parte del mondo, tutta sola, senza conoscere una parola della lingua del posto era qualcosa di folle e meraviglioso allo stesso tempo.  Poi la sera prima della partenza, sfogliando la guida turistica del Giappone regalatami da un amico, mi prende il panico.

«Sono tutti uguali! Tutti con la pelle olivastra, gli occhi a mandorla e i capelli neri, vestiti uguali e con la stessa pettinatura per giunta! Se parlo con qualcuno, come farò il giorno dopo a riconoscerlo!»

La foto degli studenti con la divisa delle scuole medie mi aveva mandato in tilt.  Pazienza. Ormai era fatta e soprattutto ormai il biglietto, allora molto più costoso che adesso, era stato pagato. Così la mattina io, la mia vecchia e malconcia valigia e due amici partiamo in macchina per l’aeroporto Leonardo Da Vinci di Fiumicino. L’agitazione è tanta che, sbagliando parcheggio, fermiamo l’auto a circa 1 km di distanza dal Terminal…ancora mi ricordo la sfacchinata tra una risata e un’imprecazione… Saluti a tutti e via per un interminabile viaggio durato circa 16 ore verso il Sol Levante!  Volo perfetto senza turbolenze e vuoti d’aria, tant’è che se all’inizio avevo un po’ paura di precipitare, vuoi per la lunghezza del viaggio, vuoi per la tranquillità a bordo, ad un certo punto me ne sono fatta una ragione e mi sono data alla visione di film sullo schermo personale collocato sul sedile e a varie brevi pennichelle. Arrivata a destinazione ero cotta! Ancora non mi spiego, dopo aver superato la dogana a Tokyo, in che modo e soprattutto in quale lingua sia riuscita a raggiungere l’ufficio del dormitorio della scuola e a stipulare il contratto. Fatto ciò finalmente me ne vado a riposare con il proposito di chiamare a casa la stessa sera (dovevo tener conto del fuso orario tra Giappone e Italia) avendo trovato un telefono all’ingresso della stazione vicina al mio dormitorio.

Dopo il riposino mi reco in stazione, compro la scheda per le telefonate internazionali e inizio a inserire 1.000 numeri, prefissi e via dicendo per chiamare il mio papone. E niente, il telefono non voleva saperne. Così chiedo aiuto a due poveri ragazzi (un ragazzo e una ragazza) che avevano tutta l’aria di voler tornare il più presto possibile a casa dopo una lunga giornata di lavoro e questi, dopo aver provato infinite volte a digitare le innumerevoli cifre in modo corretto, mi propongono di telefonare dal loro ufficio. E finalmente con le lacrime agli occhi dalla gioia riuscii a dare segni di vita al pianeta terra (o a telefonare a casa se preferite).  I due, non soddisfatti della grande cortesia appena fattami, mi offrono la cena in un ristorante coreano. Fu così che scoprii che non erano giapponesi, bensì coreani…ma che differenza c’era? Viso tondo, occhi piccoli a mandorla, capelli lisci e neri…mah…. Non contenta di aver arrecato abbastanza fastidio, dopo essere stata riaccompagnata alla stessa stazione dove ci eravamo incontrati io perdo il senso dell’orientamento (che in realtà non ho mai avuto).

La ragazza prende il treno da sola alle 11 di sera; io preoccupata le dico che non è sicuro viaggiare da sola a quell’ora e lei ridendo mi risponde: «Tranquilla, siamo in Giappone». Il ragazzo si offre di aiutarmi a trovare l’appartamento dove alloggiavo (a mio favore c’è da dire che era mimetizzato in una stradina veramente stretta in mezzo a un mercato scoperto) e poi salutandomi mi dice: «Ci possiamo rivedere se ti va. Io sono libero il mese prossimo».  Credevo fosse una battuta, ma non lo era.

Ad ogni modo non li ho più visti, o forse sì ma non li ho riconosciuti (O_O)

Ecco il mio primo impatto col Giappone. Ragazze che viaggiano di notte da sole sui treni in tutta sicurezza e ragazzi che ti danno appuntamento al mese seguente.

Ora abito ad Amagasaki, una cittadina a 10 minuti da Osaka che è la seconda città del Giappone per grandezza (credo) e per importanza economica. Se vi fa piacere scoprire altri aneddoti e curiosità su questo Paese continuerò con piacere a scrivervi.

E’ tutto per ora. UN FORTE ABBRACCIO AL MIO PAESELLO

Lucia

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