LUCIA ANDREANO DAL GIAPPONE | Emigrare non vuol dire scappare (5a parte del racconto)


Il giorno del sì fu deciso un po’ a caso durante una telefonata intercontinentale senza troppi cerimoniali. Un sì dettato soprattutto da ragioni pratiche.

Il 2014 è stato l’anno del trasferimento definitivo (o per lo meno a lungo termine). Nelle valigie, oltre a tanti vestiti e alla Nutella, anche curriculum, diploma universitario e certificati vari e l’entusiasmo di concretizzare il mio futuro.  Avevo provato molte volte a farmi strada da sola in passato, mandando curriculum là dove credevo ci fosse l’opportunità di un lavoro e soprattutto di un permesso di soggiorno e tutte le volte si presentava lo stesso problema: «Se avessi avuto il Visto ti avrei assunta subito», seguito dallo stesso consiglio: «Sposati con un giapponese e troverai subito lavoro». Io volevo trovare lavoro per poter stare accanto all’uomo che amavo e non il contrario, ma alla fine, presa dallo sfinimento, ho dovuto invertire le priorità.

Sposa di un cittadino giapponese: la parola magica per spalancare le porte del Sol Levante, come dire “apriti sesamo”. Tant’è vero che con la sola promessa di nozze mi sono ritrovata a gestire una rinomata scuola di lingua italiana.  In Giappone come in Italia, le conoscenze sono spesso essenziali nel lavoro. Non parlo di raccomandazioni, certamente anche quelle ce ne sono in abbondanza, mi riferisco soprattutto al passaparola: capita spesso che il boss nel cercare un impiegato con determinate caratteristiche chieda direttamente ai suoi conoscenti di presentargli qualcuno, prima ancora di spulciare tra le richieste di lavoro inviategli. È così che mio marito ha trovato lavoro, è così che l’ho trovato io (avendo finalmente a mio vantaggio la non necessità di chiedere il Visto al datore di lavoro); è così che va avanti ancora il business in questo Paese: le opinioni negative si diffondono in fretta così come quelle positive e il passaparola diventa perciò il maggior punto di forza o di debolezza nella seconda città per grandezza e per forza economica del Giappone.

Ho già detto quanto sia affascinata dal pensare a come tutti gli eventi possano essere concatenati tra di loro in una relazione di causa-effetto quando vi ho raccontato del mio amico fiorentino, che convincendomi a visitare Osaka mi ha inconsapevolmente portato sulla strada che mi ha condotto dove sono ora. Nei primi anni da turista a Osaka conobbi un giovanotto italo-venezuelano che poi nel 2009 mi consigliò di chiedere lavoro nella scuola dove ho insegnato part-time per due anni.  Ed è proprio lì che ho conosciuto la mia “fata Madrina”. Perché io ho una fata madrina in Giappone. Una bella fatina a cui devo aver fatto una buona impressione quando lavoravamo nella stessa scuola, pur non incontrandoci spesso e che si è ricordata di me quando si è presentata l’occasione di questo nuovo lavoro che ora gestiamo insieme. Una fata madrina che porta sempre il buon umore e tiene a cuore le mie sorti, non per niente mia testimone di nozze.

A proposito di nozze. Ho organizzato tutto da sola! Non perché io sia wonder woman, ma perché una volta scelto l’albergo più consono alla cerimonia (leggi il più accessibile economicamente e il meno pacchiano) lo staff pensa a tutto, dal trucco all’acconciatura, agli abiti da cerimonia, alle bomboniere.  E io, che amo fare cose fuori dalla normalità, ho scelto cerimonia in Kimono al tempio shintoista e festeggiamenti in albergo in abiti occidentali. Cerimonia e festeggiamenti brevissimi, ché in questo Paese è tutto formato mini.

E poi in un batter d’occhio eccomi qui a rinnovare il visto per la terza volta, a sentirmi a casa e lontana da casa ogni giorno, con le preoccupazioni di un lavoro da gestire e la grandissima nostalgia di una meravigliosa famiglia troppo lontana, a mettere da parte soldi pianificando viaggi su isole tropicali e a finire per spenderli per tornare ad abbracciare i miei cari. Eccomi qui a sentirmi orgogliosa di essere italiana più che mai.

Emigrare non vuol dire scappare. Emigrare significa mettersi in gioco, crescere, arricchirsi, vedere che fuori dal proprio focolare ci sono altre realtà, per alcuni versi simili alla nostra, per altri molto differenti, significa imparare a vedere un’unica realtà da vari punti di vista. Emigrare vuol dire anche portare con sé la propria terra, con i sapori, gli odori e il cuore della gente che vi appartiene, significa mostrare e far comprendere a chi ti accoglie la bellezza e la grandezza della propria cultura, liberandola dagli stereotipi più comuni. Emigrare insegna ad apprezzare e amare quello che si dava per scontato e che non si può più sfiorare.

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