LUCIA ANDREANO DAL GIAPPONE | Paese dei balocchi


Grazie, grazie! Effettivamente sono proprio una bella figheira.

A questo punto vorrete sapere tutti i risvolti con questo simpatico giovanotto che dopo sette anni sarebbe diventato mio marito. Vi dico solo che la stessa sera, ricevuta l’offerta di essere accompagnata a casa dal suddetto gentiluomo, capitò che nel momento in cui ci accingevamo a salire in taxi una lente a contatto decise di salutare il mio dolce occhietto e di continuare la serata senza di me, per cui mi ritrovai con un occhio chiuso e uno aperto a cercar di capire quale fosse la strada da indicare al tassista per arrivare al mio dormitorio. Questo avvenimento deve essere stato l’elemento culminante che ha legato per sempre il suo cuore (di mio marito, non credo del tassista) al mio.

Insomma, affiancata da un autoctono, la mia scoperta del Giappone prese una strada sempre turistica, ma con più sfaccettature. Peccato (o per fortuna) che la mia fedele guida autoctona non fosse un vero e proprio amante del suo Paese, per cui durante le varie visite a castelli, templi, giardini e metropoli si cominciava a respirare una certa aria di insofferenza, un certo sentimento ipercritico su quello che era diventato il Giappone moderno. Il mio entusiasmo nel padroneggiare sempre meglio la lingua, nel comprendere sempre più una cultura così distante, per qualche anno ha avuto la meglio, ma poi ogni volta che tornavo nel Paese del Sol Levante mi ritrovavo a guardare il Giappone sempre più attraverso i suoi occhi.

Appena laureata, innamorata ancora di questo Giappone così diverso, dove i commessi sono sempre sorridenti, dove gli ATM non sono mai rotti, dove i negozi sono aperti in qualsiasi giorno a qualsiasi ora, dove i treni sono superveloci, dove gli occidentali sono visti come un modello da raggiungere (questo era ciò che i miei occhi vedevano), ottenni il visto da studente e raggiunsi il Paese dei Balocchi per trascorrerci due anni, con lo scopo di specializzarmi e cercare un buon lavoro.

Il gentil giovanotto ci aveva provato ad aprirmi gli occhi a riguardo, ma io sono cocciuta e in ogni cosa ci devo sbattere la testa per poterla comprendere. E la sbattei. Cominciai a lavorare part time dopo la scuola come insegnante di italiano e andai a vivere con il mio fidanzato guida autoctona. Abitavamo in una stanza in cui entrava a malapena un letto a una piazza e mezzo, una scrivania, un lavello con la macchinetta del gas e un frigobar, ma era in centro e costava 80.000 yen al mese (800 euro) comprese le spese. Ma eravamo felici e a me sembrava bella lo stesso.

A me sembrava bello lo stesso, anche quando il proprietario del palazzo dove abitavamo si arrampicava sul cancello per spiare dentro gli appartamenti (probabilmente gli inquilini stavano dando delle grane) e nessuno si sognava di batter ciglio,  anche quando iscritta ad una gara di conversazione in giapponese la mia richiesta non fu accettata in quanto il discorso che avevo preparato parlava dei diritti sul lavoro che in Italia ci sono e che invece mancano oppure non vengono rispettati in Giappone (anziché parlare come facevano gli altri del modo in cui muovono lo spazzolino quando si lavano i denti i giapponesi e di come invece lo usano gli occidentali o altri discorsi leggeri del genere), anche quando il mio datore di lavoro pretendeva di impicciarsi della mia vita personale credendo di avermi in pugno promettendomi il visto lavorativo. No, un momento, non mi piaceva per niente. Insomma, ci sbattei la testa, come il mio fidanzato guida autoctona voleva dimostrare. Lo so, non esiste il Paese dei Balocchi, direte voi.

Litigato con il datore di lavoro impiccione e scaduto il permesso di soggiorno, ancora una volta valigie alla mano e partenza. Che avrei fatto? Delusa da me stessa e dalle mie aspettative me ne andai a vivere in quel posto dove c’è sempre la nebbia e il freddo umido invernale fa venire la sinusite anche alle bambole. Milano, chiaro, no? Cercando ogni via possibile per trovare un lavoro che mi permettesse di tornare indietro, senza rendermene conto trascorsi degli anni bellissimi, con due splendide nipotine che mi riempivano la giornata e il cuore, una cognata buonissima e un fratello sempre accorto ai miei bisogni. Ma ero troppo impegnata a sognare di partire per rendermi conto del tesoro che avevo tra le mani.

Finché un giorno fu pronunciata una data: 7 Settembre 2014

… continua 🙂

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