LUCIA ANDREANO DAL GIAPPONE | Osaka mon amour


Accadde che durante il mio soggiorno a Tokyo nel 2004 conobbi quello che sarebbe diventato il mio compagno di avventure nipponiche, un fiorentino doc che piombò un giorno in classe con il sacco a pelo in spalla nel bel mezzo della lezione. Aveva fatto tardi perché dopo essere crollato il giorno prima per il viaggio si era svegliato senza riuscire a capire se avesse dormito poche ore oppure una notte intera, ossia se fossero le 7 di sera o di mattina (colpa anche del fuso e del cielo cupo della stagione delle piogge) e nel dubbio si era incamminato verso scuola provando a porre tale quesito ai passanti: “Excuse me. What day is it today? Is it 7 o’clock in the morning or in the evening now?” Ovviamente la gente fuggiva.  E ovviamente uno così non poteva che diventare amico mio.

Non credo nel destino nel senso letterale del termine, ma sono sicura che nella vita ogni cosa è allo stesso tempo la causa e l’effetto di altre cose. Per esempio se non avessi incontrato il mio compagno di avventure nipponiche forse non sarei andata a Osaka l’anno successivo, magari sarei tornata a Tokyo, avrei incontrato persone diverse e la mia vita avrebbe preso un altro corso.

La vacanza a Tokyo era stata senza dubbio particolare e mi aveva permesso di superare l’esame di lingua giapponese all’università, ma non ero certa di volerci tornare l’anno seguente. A rimettere piede nel Sol Levante mi convinse lui, che voleva visitare il Kansai, cioè il sud dell’isola dell’Honshu, l’isola centrale dell’arcipelago giapponese. Osaka sarebbe stata più accogliente e divertente, mi promise. E così fu.

Anzitutto bisogna dire che Osaka è una città a grandezza d’uomo-sarà grande quanto Roma- ed essendo meno dispersiva succede che qui le persone le rivedi e riesci a instaurare dei rapporti, certo superficiali per via della lingua e delle differenze culturali, ma meglio di niente. Anche il rapporto con gli insegnanti a scuola è stato sin da subito diverso e più famigliare. Se guardo le foto dei primi anni di vacanza a Osaka ho una collezione di cene e Karaoke insieme ai professori e agli altri studenti. E’ vero: a Osaka non mi sentivo sola come era accaduto a Tokyo e in più utilizzare l’inglese per comunicare a scuola e fuori da scuola era diventato impossibile! Oltre a me nell’arco di cinque anni hanno frequentato quella scuola due spagnoli, due russe e un americano, per il resto era necessario esprimersi in cinese, coreano o giapponese per comunicare con chiunque la frequentasse, motivo per cui ho accantonato l’inglese e senza rendermene conto mi sono ritrovata a parlare sempre più fluentemente il giapponese.

Lucia_giappone_3parte_7Il karaoke, super gettonato in Giappone, è stato in realtà importato dalla Corea. Si tratta di interi palazzi con camere private e insonorizzate dove ci si va a cantare soltanto con i propri amici, evitando di fare brutte figure davanti a sconosciuti come ad esempio accade nei nostri bar Karaoke, dove se non studi canto eviti di esibirti solitamente. I giapponesi lo amano così tanto che lo puoi trovare anche nelle feste di matrimonio in sala o nelle camere di alcuni alberghi.

Da non confondere con i Karaoke sono invece gli odiosissimi Pachinko, anch’essi inventati dai coreani, delle sale giochi piene di slot machine che però non sono insonorizzate e ad ogni apertura di porta rasentano la rottura del timpano di qualche sfortunato passante. Sono delle stanze annebbiate dal fumo piene di giocatori a cui la musica a palla ha causato sordità e lesioni al cervello permanenti, i quali talmente dipendenti da tali espressioni culturali spesso si addormentano davanti alla porta aspettando che aprano. Qualcuno suggeriva di eleminare questo scempio e sostituirlo con i casinò per chiamare anche turisti e portare soldi allo Stato, ma siccome viviamo in un mondo di scienziati nucleari pare che questo non accadrà.

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Certo è che quando sei dall’altra parte del mondo lontano dalla tua quotidianità, impari ad acquistare maggiore fiducia in te stessa, a gioire di tutte le piccole conquiste che ogni giorno fai per sopravvivere in terra straniera e ogni cosa che ti circonda diventa più bella (e anche i Pachinko non ti danno poi tanto fastidio). Ora per esempio non entrerei mai e poi mai in uno Starbucks che serve il caffè americano peggiore che abbia mai bevuto in vita mia, ma in quegli anni spensierati ero sempre con un frappuccino in mano. Fate attenzione, pare che la sbobba Starbucks sia arrivata anche in Italia, correte ai ripari voi che avete la caffettiera!!!

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Quando arrivava il mio amico avventuriero nipponico io ero sempre già sul posto ad ispezionare, ma poi alla fine era sempre lui che mi portava a vedere cose interessanti (vedi foto del castello di Himeji con le cascate del suo parco e le lanterne del parco di Nara)

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Scopriva ottimi posti dove mangiare,

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parchi giochi dove far divertire la bimba ( in verità ogni quartiere ha il suo parchetto qui)

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e cercava su internet pub e discoteche dove passare le serate (io a quei tempi sapevo a malapena usare la posta elettronica, e non ho fatto molti progressi ). Così iniziammo a frequentare un bellissimo pub chiamato “Cinquecento” in onore alla vecchia Fiat cinquecento e soprattutto perché tutte le bevande e gli snack avevano il prezzo fisso di 500 yen (adesso 5 euro per intenderci, ai tempi circa 3, 50 euro). Staff fuori dagli standard giapponesi, solare e di compagnia, clienti stranieri e giapponesi divertenti, atmosfera calorosa…insomma talmente carino che dato che ogni anno lui arrivava a Osaka sempre dopo di me cominciai a far conoscere il locale a prof. e studenti di varie nazionalità e ad andarci anche da sola talvolta.

Finchè un giorno…

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Un uomo mi si siede accanto e mi offre da bere: “ Sei così bella che ti sposerei ” .

Continua 🙂

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