LUCIA ANDREANO DAL GIAPPONE | Tokyo 2004: “Acqua a zuffunn”, cartoni animati, stalker e bon ton


La prima cosa che ti colpisce di Tokyo è la sensazione di vivere dentro un cartone animato.

No, non è vero… la prima cosa che ti colpisce di Tokyo se ci vai a giugno è il caldo umido, di un’umidità che un europeo non oserebbe neppure immaginare, e la cospicua presenza di scarafaggi che ne consegue. Perché, avevo letto sì, che era preferibile evitare il Giappone nei mesi di giugno e luglio, caratterizzati da forti e costanti piogge (l’odiatissima stagione delle piogge), ma del resto quelli erano i mesi di vacanza a disposizione. Ciò di cui però non ero stata messa al corrente è che dopo la stagione delle piogge arrivava quella dei tifoni. Sì, i tifoni, quelli spaventosi che si vedono nei catastrofici film americani.

Un bel giorno a scuola l’insegnante ci disse: «Domani arriverà un tifone. Fate molta attenzione». E in un lampo si materializzò sulla mia testa il fumetto di una marmocchia sotto un plaid col diluvio universale alla finestra. «Fate molta attenzione quando venite a scuola!» continuò lei.

Cioè, con il tifone che scoperchia le case io devo essere ligio al dovere! Ma dai! Non sono nemmeno assicurata!, pensai incredula e un po’ seccata. Poi però il tifone arrivò, così mi dissero, ma io vidi solo l’acquazzone e un forte vento. Era quello, mi dissero. Da noi si dice chiov a zuffunn o chiov a vient. In Giappone si chiama tifone.

La seconda cosa che ti colpisce di Tokyo è la sensazione di vivere dentro un cartone animato.

No, no! Chiedo venia. La seconda cosa che colpisce e che mi ha terrorizzato quando sono arrivata in Giappone per la prima volta, è la gente munita di mascherine chirurgiche che affolla i luoghi pubblici. Ora, se ricordate, nel 2004 in Cina c’era la SARS e i nostri TG proponevano incessantemente le immagini di asiatici con le mascherine ai controlli aeroportuali. Ma tanto io andavo in Giappone, non in Cina… Ho immaginato che durante le mie 16 ore di viaggio per raggiungere l’Oriente l’epidemia si fosse diffusa anche nel paese del Sol Levante e l’ho fortemente creduto fino a quando non mi hanno spiegato che qui usano le mascherine anche solo per un lieve raffreddore quando sono in luoghi affollati per evitare di contagiare altre persone. Che gentili! Per poco mi prendeva un infarto!

Dunque, la cosa che colpisce di Tokyo, subito dopo essersi tranquillizzati riguardo alla SARS, è la sensazione di vivere dentro un cartone animato (U.U). Anziane signore in giro per le strade della metropoli con i capelli verdi o viola, spesso vestite da fanciulle anche se superano la settantina; cosplayer (ragazzi che si vestono da cartoni animati anche se non è Carnevale) che si lasciano fotografare nei luoghi con maggiore affluenza di turisti (vedi foto).

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Personaggi dei cartoni animati usati per pubblicizzare qualsiasi cosa (“Il sorriso di chi dona il sangue”, recita lo slogan di questa clinica ospedaliera privata, nella foto sottostante).

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Chi invece si aspetta di trovare samurai e ninja resterà deluso. Neanche a Halloween ne trovi uno. Pare non vadano più di moda.

Allora se dico: «Giappone»? «Sushi», mi risponderete. E invece no, cioè anche sushi, ma troppo costoso per essere l’alimento principale. Gettonatissimi sono invece i fast food giapponesi di facile accesso anche ai turisti dove scegli quello che vuoi guardando le figure, compri il biglietto alla macchinetta e lo consegni al cameriere. Chiaramente io che mi avventuravo per la prima volta senza alcuna conoscenza linguistica ci andavo a nozze: evitando il problema della comunicazione, entravo in questi fast food dove puoi scegliere tra riso con carne o con pesce o spaghetti in brodo (si chiamano udon, soba, ramen, gyudon, ecc. ) e mi perdevo tra i melodici suoni dei clienti che succhiavano gli spaghetti tenuti tra le bacchette, chi portando il piatto fino alla bocca, chi portando direttamente la testa fin dentro il piatto.

Anni e anni di galateo buttati nel secchio. Ma del resto Paese che vai usanze che trovi. Anche a Londra del resto, dopo i pasti è buona educazione ruttare per mostrare che il pasto è stato notevolmente apprezzato. Successivamente scoprii leggende metropolitane che parlavano della necessità di succhiare lo spaghetto perché scotta e quindi va portato il più velocemente possibile alla bocca (a soffiare no, non ci ha mai pensato nessuno) e altre leggende che spiegavano il piacere di succhiare lo spaghetto perché assieme ad esso viene risucchiato anche il brodo conferendo al cibo così elegantemente portato alla bocca un sapore sopraffino. …. Insomma, dimenticate le geishe sedute composte che mangiano con la boccuccia di rosa: il bon ton non è di queste parti. E vi dirò di più: adesso ho imparato anch’io a fare rumore quando li mangio, ma non ho ancora raggiunto un livello professionale (O.o)

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Un altro tipico piatto che mi sono precipitata a provare è il pesce palla (vedi foto) che costa veramente tanto, non solo perché è buono, ma perché se chi lo cucina non taglia per bene la sacca del pesce contenente il veleno, il cliente ci resta secco. L’ebbrezza del rischio.

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Quell’anno ho scoperto anche le numerose feste estive che si tengono in tutte le città giapponesi . La gente si mette lo yukata ( vestito estivo tradizionale) e si reca nei templi shintoisti dove si susseguono bancarelle infinite di cibo, alternate a vaschette con i pesciolini rossi, che grandi e piccini si divertono a pescare, alcuni gruppi in abiti tradizionali danzano per le strade e durante le festività più importanti si siedono tutti in strada a guardare lunghissimi fuochi d’artificio.

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Tokyo è una citta enorme e piena di luci. Quando arrivi e guardi in alto, vedi su di te sopraelevate, ponti e grattacieli.

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Un aspetto di cui mi sono innamorata in fretta è il sistema delle reti ferroviarie. Non è vero che qui i treni non sono mai in ritardo, come si vocifera in Occidente, ma quando ho visto i treni della metropolitana di Tokyo arrivare ogni 30 secondi e quelli statali ogni cinque minuti mi sono commossa! Sulla piattaforma di attesa è segnato il punto esatto dove si aprirà la porta del treno con il numero di carrozza e i servizi che essa comprende (ad esempio posti riservati agli anziani o carrozza solo donne per evitare che gli uomini facciano la mano morta nelle ore di punta). Di solito la gente aspetta in fila indiana l’arrivo del treno e tende a far scendere educatamente i passeggeri prima di salire. Ho imparato però a non fidarmi degli anziani, quelli che muniti di bastone arrivano a passo di lumaca sulla banchina e cercano una sedia. Nel momento in cui si aprono le porte dei treni costoro in un nanosecondo si alzano e tra spintoni e salti da giaguaro si conquistano un posto a sedere come se non ci fosse un domani. La categoria dei falsi invalidi in Italia per intenderci.

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E finalmente arriviamo al clou della mia prima esperienza a Tokyo. L’amichevole Roma-Tokyo. Non so perché, non so come, mi giunge notizia della partita di calcio allo stadio di Tokyo e riesco perfino a trovare i biglietti. Mi sembrava una fortuna sfacciata, ma in realtà di biglietti ce ne erano a palate perché, contrariamente a quel che può pensare una persona cresciuta a pane e Holly e Benji, lo sport nazionale giapponese non è il calcio, non è neanche il sumo (quello dove uomini ciccionissimi in perizoma si spingono cercando di far uscire l’altro fuori da un cerchio segnato sul pavimento) e non lo sono neanche le arti marziali, karate, judo, ecc.; lo sport nazionale è il baseball (che c’entra col Giappone il baseball? …non lo ha mai capito nessuno…) seguito dal golf, status symbol dei ricconi. I giapponesi si sono scoperti tifosi calcistici solo molti anni dopo questo fatto che sto per raccontare, quando è arrivato Zaccheroni ad allenarli e ne ha fatto una buona squadra. Comunque, per tutti questi motivi riesco a trovare facilmente i biglietti e vado allo stadio.

Mi porto un amico italiano, ovviamente, non è sicuro per una ragazza andare da sola allo stadio, vedi le cose che succedono: la gente si azzuffa, qualche volta ci scappa il morto. I nostri posti sono un po’ lontani dal campo, non ci vedo un accidente, ma un po’ più avanti c’è un piccolo gruppo di tifosi con la maglietta della Roma che canta Forza Loma Alè (giuro!) e conosce abbastanza bene le canzoni degli ultrà romanisti. Mi avvicino a loro per attaccare bottone e restare a cantare. Mi dicono che i posti sono assegnati e che non è possibile.

«Ma quali posti? Siete tutti in piedi appoggiati alle ringhiere!» Sono fiscalissimi…Ritorno al mio posto e cerco di seguire la partita come la signorina Carlo: è buio, e siccome che sono cecaaata non riesco a vedere se c’è qualcuno in sala oppure no. (Cit. Anna Marchesini). Nel silenzio totale parte l’inno della Roma, la mia voce sovrasta il piccolo gruppetto di ultrà giapponesi. Ci sediamo. Inizia la partita. La Roma segna. Esulto. La Roma segna ancora. Mi alzo. Esulto. Salto. Arriva la guardia a chiedermi di sedere perché potrei disturbare gli altri… Sì, come dicevo prima, può essere pericoloso se una ragazza va allo stadio… e picchia il guardiano.

Insomma allo stadio di calcio qui si sta seduti zitti e buoni, come a teatro quando vai a vedere l’Aida. Finita la partita (durante no perché disturbavamo) conosciamo due giapponesi tifosi della Roma e ci scambiamo i contatti.

Il mio alloggio, come già accennato nell’episodio precedente, si trovava in una stradina stretta e buia in mezzo a un mercato all’aperto. Il giorno dopo la partita stavo tornando a casa che era già buio, quando sento alle spalle una presenza. Accelero il passo, mi infilo nei vicoli, quello mi sta ancora alle calcagna. Non mi sbaglio allora, mi sta seguendo. Mi metto a correre fino alla porta di casa e quando sto per entrare la presenza alle spalle mi chiama per nome: «Lucia san!»

Era il ragazzo incontrato allo stadio. (>.<) E cavolo! Chiamami prima senza seguirmi!!! Ad ogni modo mi dice che aveva cercato il nostro indirizzo su internet e che era venuto fin qui per mostrarmi delle foto di quando era stato allo stadio a Roma. «Belle! Me ne lasci una per ricordo?».

«No. Non posso mi dispiace. Ciao»

Sarò stata scortese? (o.O) Anche lui, come il coreano della prima puntata, non s’è mai più visto.

Nella puntata di oggi abbiamo imparato:
1. La stagione delle piogge dovrebbe essere vietata per legge. E in Giappone quando chiov a vient si chiama tifone.
2. Non si sa se i cartoni animati copino la realtà giapponese o se i giapponesi copino i cartoni animati.
3. Non in tutti i Paesi è maleducazione fare un concerto a tavola.
4. Le vecchiette giapponesi non se la fidano a camminare, ma poi scalano le montagne.
5. Mai cercare di capire quali pensieri si celano nella mente di un giapponese. Tanto non si arriva da nessuna parte.

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