MONTAGUTO 10-20 | Alla scoperta di… Montacuto (Alessandria): così diverso eppure così simile al nostro


Per la rubrica “Montaguto 10-20“, riproponiamo i momenti più belli, più brutti, più emozionanti, più caratteristici degli ultimi dieci anni del sito e del nostro paesello. Un modo, questo, per fare una sorta di amarcord di tutto ciò che abbiamo realizzato. A tal proposito, invitiamo anche voi utenti a segnalarci ciò che più vi ha colpito, mandandoci un’email all’indirizzo redazione@montaguto.com!

Torniamo a 10 anni fa, al 22 maggio 2010.

 

Alla scoperta di altri Montaguto. 22 maggio 2010. Siamo in Piemonte. Siamo distanti circa 800 chilometri dal nostro paese, eppure siamo così vicini. Una sola consonante diversifica due paesi così diversi ma così simili fra loro: parliamo di Montaguto, in provincia di Avellino, e Montacuto, in provincia di Alessandria. Abbiamo deciso di fare un sopralluogo a Montacuto per prendere visione del luogo e provare a trovare similitudini e diversità; dopo quasi 45 minuti di estenuante salita e curve incalzanti, siamo giunti nel paesino valborberino baciato da un sole caldo e piacevole.

La prima sorpresa riguarda la disposizione del paese: è un “paese a strati”, disposto su tre livelli, il più alto separato dal più basso da 4-5 chilometri di strada e qualche metro di dislivello. Giunti nello spiazzo dove si trovano la chiesa e il municipio, meditiamo sugli aspetti comuni a Montaguto, quelli saltati subito all’occhio: si tratta di due paesi simili per condizioni geografiche, entrambi arrampicati sulle montagne, immersi nel verde, con un ristretto numero di abitanti, perlopiù anziani. Lungo la strada, incontriamo una signora che chiameremo Maria: “Non vi dico il nome, non voglio andare sui giornali”, ci dice sorridendo con la falce in mano, intenta a estirpare le erbacce cresciute dinanzi alla porta del garage, proprio di fronte al municipio, dove due operai stanno lavorando sul tetto sotto il sole cocente.

Le facciamo alcune domande, a cui risponde con piacere, partendo dall’età: “Ho 92 anni”. Sorridiamo e le facciamo i complimenti. Novantadue anni e non sentirli, vista l’agilità mostrata mentre, china in ginocchio per lavorare, si alza per parlare. Poi continua: “Siamo ormai pochi, praticamente una sola famiglia, i bambini sono pochi ma c’è uno scuolabus che li porta a scuola a San Sebastiano (il paese più grande a una decina chilometri, ndr). Gente da fuori non ne è venuta a parte qualche villeggiante milanese. Il patrono è San Fermo, lo festeggiamo il 9 agosto”. Poi ci indica il campanile della chiesa della Madonna dei Campi, nell’omonima frazione lungo la strada per San Sebastiano, e altre due frazioni: Benegassi e Serbaro. L’ultimo nome fa sorridere me e Michele perché rintracciamo immediatamente l’analogia con il nome Cervaro, il fiume che scorre proprio sotto Montaguto e che dà il nome alla valle: un’altra coincidenza!

Alto 525 metri sul livello del mare, con una superficie di quasi 24 chilometri quadrati e poco meno di 350 residenti, Montacuto – così come il quasi omonimo avellinese – ha un’età media abbastanza alta. Il prodotto tipico è il salame di Giarolo e le maggiori difficoltà sono quelle legate al mondo del lavoro, cosa che ha costretto i giovani ad andar via o a spostarsi a Tortona o Voghera. Le scuole medie sono giù a San Sebastiano, mentre ci sono elementari e asilo. “La Provincia di Alessandria è molto presente, anche perchè abbiamo un assessore della zona che si occupa di esporre i nostri problemi alle istituzioni – ci dicono dall’amministrazione -. Il paese è diviso in 16 frazioni e ha tre chiese. Come altezza oartiamo sui 400 metri fino ai 900 dell’ultimo paese Giarolo e poi c’è il monte, dove si svolge la prima domenica di agosto con la festa del Cristo Redentore”. Curiosità: spesso arrivano lettere indirizzate al nostro comune e, fanno sapere dal paesino piemontese, “noi le rimandiamo indetro”. Capita anche qui. D’altra parte, a volte si confondono le consonanti.

Avremmo avuto appuntamento col sindaco, ingegner Giovanni Ferrari, ma abbiamo tardato a causa di problemi nel raggiungere il paese, casualmente lo incrociamo in auto ma non riusciamo a fermarlo; una signora molto gentile a cui chiediamo informazioni ci lascia il numero di cellulare, ma là i telefoni faticano a trovare il segnale. Non ci resta che fare un piccolo giro a piedi, scattare un po’ di foto e respirare l’aria fresca e pulita mentre ci godiamo il panorama: un posto ideale per ristorare la mente dal caos e dallo smog delle città. Ripercorriamo la strada del ritorno, passiamo nuovamente davanti alla signora Maria che salutiamo ancora impegnata nel togliere alcune erbe infestanti. Rientrando attraversiamo ancora il castello di Borgo Adorno e facciamo una sosta per le foto di rito: assolutamente curiosa la circostanza per la quale la strada attraversa il cortile dello stesso castello.

A casa, mi sovviene un’altra analogia tra Montaguto e Montacuto: entrambi possono essere considerati degli isolati genetici, ossia zone che, rimaste isolate per motivi geografici, economici o religiosi, non hanno avuto influenze esterne e nelle quali è frequente l’endogamia ed è quindi possibile studiare l’influenza genetica sullo sviluppo di alcune delle più frequenti malattie (cardiopatie, tireopatie, ipertensione, ecc.). In realtà devo precisare che Montaguto, sebbene per un breve periodo di tempo, è stato studiato dal centro Biogem di Ariano Irpino come isolato genetico. Tuttavia, nonostante i principi fossero dei migliori e l’entusiasmo fosse grande all’inizio, il Progetto GenUfita, iniziato nel 2003, si è arenato circa tre anni dopo: passata la prima parte del lavoro, che prevedeva la raccolta dati anagrafici per la compilazione dell’albero genealogico, prendendo in esame 400 anni di storia montagutese, la fase successiva, quella clinica, non è mai stata iniziata sia per la scomparsa della dottoressa Persico, che si occupava del progetto, sia perché i finanziamenti scarseggiavano e questo ha rappresentato un problema insormontabile.

Ben diversa la situazione a Montacuto, il quale non è stato toccato direttamente dal Progetto Valli Borbera e Spinti (coordinato dall’Ospedale San Raffaele di Milano) che ha riguardato otto comuni della Val Borbera, giungendo ad interessanti conclusioni: in Val Borbera uomini e donne si presentano affetti in egual misura da ipertensione ed obesità, mentre le donne sono più frequentemente colpite da tireopatie, calcolosi biliare ed ansia o depressione, mentre gli uomini soffrono più spesso di BPCO, gotta, calcolosi renale e sordità.

Questo il breve resoconto di un gemellaggio per ora solo virtuale tra due realtà così lontane geograficamente e così strettamente connesse per le circostanze raccontate. Due realtà che provano a resistere in una condizione – quella odierna – difficile per i centri più piccoli, spesso soverchiati dalle città e dai servizi che queste possono offrire. Ma questi paesi resistono e devono salvarsi per permetterci un ritorno alle origini, un ritorno alla fonte materna che ci aiuti a non dimenticare il nostro passato e a ricordarlo nelle vie e nei luoghi che ci hanno visto crescere, che ci aiuti a fermarci un attimo, a staccarci dalla veloce routine quotidiana per poter riposare la mente, riempire i polmoni di aria pulita ed incontaminata e ritrovare la gioia di camminare a contatto con la natura selvaggia.

Aldo Bonaventura e Michele Pilla

 

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