Oggi alle 18 presso il Circolo della Stampa di Avellino sarà presentato il libro “L’Italia di Salò”, di Avigliano e Palmieri


Questo pomeriggio, alle ore 18.00, presso il Circolo della Stampa di Avellino (corso Vittorio Emanuele) sarà presentato il volume “L’Italia di Salò” (Il Mulino, pp. 490), di Mario Avagliano e Marco Palmieri: attraverso le lettere, i diari, i documenti del tempo, l’opera racconta i motivi dell’adesione di tanti italiani alla Repubblica sociale e la loro partecipazione diretta ai crimini e agli eccidi degli occupanti tedeschi.

Introdurranno la presentazione, Federica Caprio e Berardino Zoina. Interverranno Luigi Anzalone e Generoso Picone. Conclusioni affidate all’autore, Mario Avigliano.

“L’Italia di Salò” sarà presentato anche domani a Cava de’ Tirreni.

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L’Italia di Salò. 1943-1945 (Il Mulino, pp. 490, euro 28)

di Mario Avagliano e Marco Palmieri

Nei venti mesi che vanno dall’annuncio dell’armistizio, l’8 settembre 1943, all’uccisione di Mussolini e alla fine della guerra, nell’aprile del 1945, l’Italia non solo continuò a essere un campo di battaglia tra eserciti stranieri – gli Alleati che avanzavano da sud e i tedeschi che occupavano il centro-nord – ma diventò anche teatro di una sanguinosa «guerra civile» e «contro i civili», che vide coinvolti su fronti opposti coloro diedero vita alla Resistenza e coloro che rimasero fedeli al fascismo, aderendo alla Repubblica di Salò.

Nel dopoguerra, però, il punto di vista resistenziale è stato oggetto di innumerevoli studi e ricerche e ha rappresentato una narrativa dominante. Al contrario, la vicenda dei tanti italiani che scelsero di combattere dalla parte sbagliata è rimasta a lungo marginale, finendo per rappresentare un vuoto, un autentico tassello mancante nel panorama storiografico e della memoria di quel complesso periodo, che segnò lo spartiacque tra la dittatura fascista e la democrazia.

In particolare, restava ancora da scandagliare in profondità lo spettro delle motivazioni che indussero oltre mezzo milione di italiani – uomini e donne, spesso giovanissimi – ad aderire e combattere, in molti casi volontariamente, per la Rsi. Cosa che fa, in modo documentatissimo, il saggio storico L’Italia di Salò. 1943-1945 (Il Mulino, pp. 490, euro 28), di Mario Avagliano e Marco Palmieri.

Questa ricerca affronta sulla base delle fonti coeve disponibili – lettere, diari, testamenti ideologici, posta censurata, relazioni sul morale delle truppe e sullo spirito pubblico, notiziari della Gnr, note fiduciarie, carte di polizia e dei servizi segreti – e della memorialistica postuma, scevra dai condizionamenti politici che l’hanno caratterizzata e dalla pregiudiziale politico-ideologico-culturale che ha portato molti testimoni a tenere a lungo nascoste le tracce di un passato inconfessabile.

La cesura del 25 luglio prima e dell’8 settembre poi, infatti, per molti italiani non rappresentò un taglio netto con il precedente ventennio fascista, bensì una svolta in continuità, la cui naturale conseguenza fu la partecipazione all’esperienza della Rsi, che a sua volta non fu un evento senza propagazioni e conseguenze sulla storia politica e sociale del dopoguerra. Il ritorno sulla scena di Mussolini e la nuova chiamata alle armi, per continuare la guerra contro le potenze nemiche e intraprenderne una nuova contro i traditori, il nemico interno, i banditi, misero nuovamente gli italiani di fronte alla necessità di fare una scelta. Quali furono le principali motivazioni che animarono coloro che decisero di aderire? Quale fu il collegamento ideale col precedente regime? Quali aspettative si nutrivano nei confronti del nuovo fascismo. Perché molti giovanissimi compirono quella scelta? Che tipo di esperienza vissero sotto le armi coloro che combatterono per Salò? Cosa sapevano della Resistenza e come la giudicavano? Cosa percepivano e come metabolizzavano le stragi e le deportazioni razziali e politiche dei nazisti, alle quali molti di loro presero parte anche attiva? Quanti ebbero ripensamenti e per quale motivo? Chi rimase fedele alla causa fino alla fine e perché?

A questi interrogativi Avagliano e Palmieri, attraverso una gran mole di documenti prima in gran parte inediti o poco noti, forniscono una risposta dal basso, passando in rassegna sia le diverse esperienze militari e combattentistiche di Salò (l’esercito nazionale formalmente apolitico, le milizie di partito quali la Guardia nazionale repubblicana e le Brigate nere, le formazioni relativamente autonome come la X Mas, le sanguinarie bande irregolari e chi militò direttamente con i tedeschi come le SS italiane), sia l’esperienza quasi del tutto dimenticata degli Imi che optarono, dei prigionieri di guerra degli Alleati che non accettarono di cooperare e dei fascisti clandestini che operarono dietro le linee nemiche nelle regioni già liberate dagli anglo-americani. Tra di loro ci furono anche molti italiani che nel dopoguerra diventeranno personaggi noti della politica, della cultura, del giornalismo, dello spettacolo e via dicendo.

Uno dei tratti salienti delle risposte fornite in sede di memoria successiva, escludendo quelle di stampo dichiaratamente rivendicativo o apologetico, è stato il carattere giustificativo. Spesso, cioè, rispetto alla messa a fuoco oggettiva delle ragioni che all’epoca portarono a fare quella scelta, ha prevalso il desiderio di farla apparire comprensibile e accettabile a coloro i quali non la vissero in prima persona o si schierarono su fronti opposti. Ma in realtà, come sostengono Avagliano e Palmieri, per una generazione di italiani cresciuta fin dalle aule scolastiche nel mito del duce e forgiata da slogan fideisti, come il famigerato Credere obbedire combattere, l’adesione alla Rsi e l’impegno nella guerra civile in molti casi fu una conseguenza naturale e ovvia di quel percorso formativo.

Inoltre dal saggio L’Italia di Salò emerge che la gran parte dei combattenti della Rsi, fossero essi reclute dell’esercito regolare formalmente apolitico o membri delle formazioni di partito fortemente ideologizzate, venne impiegata prevalentemente nella guerra civile e contro il nemico interno, e che i vertici politico-militari della Rsi, il suo apparato burocratico-amministrativo e molti uomini che militarono nelle sue forze armate e di polizia presero parte al clima di violenza indiscriminata, sommaria e diffusa contro i partigiani e la popolazione civile e all’opera di cattura e deportazione degli avversari politici (i triangoli rossi) e degli ebrei.

 

Dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943, aderirono alla Rsi diversi campani e meridionali che si trovavano al Nord, o erano prigionieri degli Alleati e rifiutarono di cooperare con loro, oppure erano stati catturati dagli ex camerati tedeschi e portati nei campi di prigionia nel Reich e decisero di entrare nelle file dell’esercito di Salò. Lo fecero per vari motivi: per fedeltà al duce e al fascismo, per amor di patria, per vendicare il presunto tradimento del regime fascista e degli alleati tedeschi, ma anche per opportunismo, carrierismo, imitazione dei compagni o timore di essere fucilati.

È meno noto però che il fascismo ebbe i suoi fedelissimi non solo nell’Italia del centro-nord, ma anche in Campania, racconta il libro di Avagliano e Palmieri. Napoli non fu solo la città delle Quattro Giornate e medaglia d’oro della Resistenza. Dopo l’occupazione tedesca all’indomani dell’8 settembre del 1943, sotto il Vesuvio si riorganizzò prontamente il partito fascista. Già alla fine del mese l’avvocato Domenico Tilena riapriva la sede provinciale del fascio in via Medina.

Nel corso delle quattro giornate, tra il 27 e il 30 settembre, quando partigiani e civili insorgono contro i tedeschi, diverse centinaia di fascisti entrarono in azione al fianco di questi ultimi come franchi tiratori. Gli episodi furono numerosi, da via Toledo a piazza Marinelli, da via Duomo a via dei Mille, alla salita Magnacavallo e al Vomero.

Alcuni dei fascisti napoletani, come Vincenzo Tedesco, partiranno volontari con i tedeschi in fuga da Napoli dopo le quattro giornate. Vincenzo si arruolerà nella divisione Corazzata M; catturato e condannato a morte, scrive ai genitori prima di essere fucilato: «Io cado ucciso dai nostri nemici, dopo avere combattuto fino all’ultimo per la salvezza e la liberazione della Patria. […] Viva l’Italia!».

Finita la strenua e talvolta disperata resistenza alla liberazione, rivela il saggio di Avagliano e Palmieri, iniziò la fase dell’organizzazione del fascismo clandestino in città. Il primo gruppo ad agire, nato già dopo il 25 luglio, faceva capo ad Antonio De Pascale e Nando di Nardo, dotato di una radio clandestina collegata con stazioni del Nord e con il governo di Salò.

A metà dicembre, arrivò in città da Cosenza il prìncipe Cesare Pignatelli, incaricato dal governo del redivivo Mussolini di svolgere attività di intelligence e stringere rapporti col gruppo di De Pascale e di Nardo. In breve tempo Pignatelli stabilì contatti anche con i fascisti di altri centri campani, come Castellamare di Stabia, dove il gruppo locale organizzò campi di atterraggio per le spie della Rsi sui monti Lattari.

Tra le operazioni più clamorose progettate dall’organizzazione denominata Guardie ai Labari di Pignatelli, ma mai realizzate, c’era il rapimento di Benedetto Croce nella sua villa di Sorrento.

In altre zone della Campania, invece, la resistenza fascista ebbe carattere più spontaneo e meno organizzato. A Salerno le forze dell’ordine segnalarono l’esistenza di un nucleo fascista composto in prevalenza da giovanissimi. A Sala Consilina si costituì un piccolo gruppo clandestino di cinque ragazzi, tra i quali Gisberto Cafaro. «La notizia dell’armistizio mi provocò rabbia e vergogna», racconterà anni dopo. Talvolta invece furono singoli personaggi ad agire in clandestinità, come il marchese Marino de Lieto, che nel casertano e nel napoletano condusse una vera e propria guerra privata contro gli angloamericani, sabotando ponti e apprestamenti militari.

Durante l’inverno del 1944-45 la difficile situazione economica e sociale dell’Italia meridionale, aggravata dall’inverno, ebbe l’effetto di accrescere il malcontento della popolazione e le critiche verso il governo Bonomi e gli Alleati. Ma ad acuire il malessere fu soprattutto l’emanazione di un bando di presentazione alle armi per i giovani delle classi dal 1914 al primo scaglione del 1924, pubblicato sui giornali il 23 novembre 1944, che venne accolto con ostilità, manifestazioni di piazza e qualche autentico moto di insurrezione. A trarre vantaggio da questa situazione fu la propaganda fascista.

A Napoli, raccontano Avagliano e Palmieri, la rivolta ebbe il suo apice tra il 16 e il 20 dicembre, quando molti studenti universitari manifestarono contro la chiamata alle armi inneggiando a Mussolini e alla Rsi, facendo sorgere, come si legge in una relazione del prefetto, il sospetto che «l’agitazione degli studenti, camuffata come protesta contro il richiamo alle armi, fosse invece fomentata per fini politici, da forze reazionarie»

Al Nord, poi, tra i militari che aderirono a Salò, osservano Avagliano e Palmieri, vi furono anche numerosi meridionali, compresi diversi campani, e per loro una delle motivazioni ideali fu la volontà di liberazione della terra d’origine dagli invasori o la vendetta contro gli Alleati per il bombardamento delle loro città.

Insomma, un saggio da leggere, che narra pagine di storia italiana (e campana) davvero misconosciute.

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