Orsara, ‘Finestra a levante’ di Michela Del Priore inaugura la sezione racconti del bellissimo progetto L’arte è contagiosa


FINESTRA A LEVANTE – di Michela Del Priore

Il rifugio era perso nella fitta boscaglia ligure di Levante, a strapiombo sul mare. Il panorama mozzafiato bastava a giustificare il pericolo di finire ogni volta giù nel burrone con l’auto e tutti i sogni di gloria.

La riviera Ligure era una specie di piccola California, con le palme altissime alla destra, a delineare il percorso, e il mare alla sinistra, a raccontare le storie dei pescatori e dei mercanti.

Una settimana prima del nostro arrivo era crollato il ponte e si era portato via tante vite. Nonostante ciò, gli abitanti non parevano impauriti da quella vita precaria, ai margini della natura e della sua imponenza. Parevano felici di essere con un piede nel paradiso e un altro nell’abisso. In fondo la vita è così.

Fabio e Marida, i proprietari del rifugio, erano anziani, facevano tenerezza. E avrebbero potuto insegnarci quel segreto se solo avessimo avuto un poco più di tempo. Ma noi correvamo troppo veloce, da molto ormai non sapevamo come si cammina.

Il segreto del tempo era custodito al piano di sotto, dove il signor Fabio serviva la colazione. L’enorme taverna in legno era letteralmente invasa da orologi. Ce n’erano a pendolo, a corda, a cucù. E tutti insieme scandivano il tempo, quel tempo che là inevitabilmente si fermava, tuffandosi nel blu del mare sotto il precipizio. Mi sono sempre chiesta perché i vecchi amino tanto gli orologi. Anche mia nonna ne aveva il salotto pieno. Forse perché sentono il bisogno di misurare la distanza dal passato o più semplicemente, di dare valore ai micro frammenti della vita.

Ogni sera ormai il signor Fabio ci invita sulla veranda del rifugio e parla di molte cose, non ci sono luci, solo le stelle e il loro riflesso, che dal mare sotto le rocce, ci ritorna addosso.

Una sera ci confessa di aver lavorato per cinquant’anni nel mondo della moda. E all’improvviso il suo tono cambia, è indignato dai nostri vestiti comprati da Zara, fatti di materiali di dubbia provenienza. Nella sua rabbia ci sono i sogni di una vita. Improvvisamente mi vergogno dei miei pantaloncini di lino e delle mie Superga di pezza. Mi vergogno delle nostre corse lungo la riviera. Della mia ottusa giovinezza. Mi vergogno di averlo definito un povero vecchio. Mi vergogno di essermi lamentata delle zanzare e il rifugio mi piace un po’ di più. Penso che vorrei ascoltare le storie del signor Fabio ancora per molto tempo, ma non sono pronta a piangere tutte le lacrime che mi stanno dentro, a strapiombo proprio come quella casa e gli abitanti di quel posto.

Penso che quando vivi così non può trascorrere molto tempo prima che ti scoppi il cuore, prima che si rompano tutte quelle emozioni crepate. Non può trascorrere molto tempo prima che si fermino tutti gli orologi e che qualcuno sia costretto a mettere riparo dandogli nuovamente la corda.
Non può trascorrere molto tempo prima che il signor Fabio non racconti più le storie dei farinotti scomparsi e dei portici di Chiavari fatti di lavagna nera.

Non può trascorrere molto tempo prima che il rifugio cada giù insieme alle piogge incessanti, se ne vada giù per il pendio, insieme alle crepe, sgretolandosi tra gli ulivi e i ponticelli, perdendosi in quel blu profondo che è il mare ligure.

Ma non è questo il tempo. Ritorniamo nelle nostre stanze. Il signor Fabio strimpella la chitarra. Io provo a dormire ma lo sento canticchiare.
Non è questo il tempo: il sole sorgerà ancora domattina. Io indosserò le Superga di pezza e i pantaloni di jersey.

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