Orsara, tra simboli e tradizione del Primo Novembre


Articolo di Rocco Dedda

Non è banale né del tutto certa la ricostruzione che porta all’origine di zucche e ginestre come strumento di commemorazione dei defunti ad Orsara.

Tentiamo comunque di definirne una traccia, spinta dal confronto con ricerche del passato e scritti di appassionati, uniti alla meravigliosa lettura che ci dona, da sempre, la tradizione orale tramandata dagli anziani di ogni generazione.

Il cuore della nostra antichissima festa è incastonato nella necessaria convivenza tra Cristianesimo e Paganesimo e pulsa almeno dall’XI sec. Epoca topica, testimone del culto micaelico e di elementi della tradizione romana, presenti nelle origini della nostra festa. Filtrate anche dai Normanni e dal possibile zampino dei Greci.

E’ infatti del 1024 il primo documento che certifica l’esistenza di Orsara, per cui il confine del territorio della città di Troia “ferit ad speluncam Ursariae”. Tuttavia altri reperti potrebbero indicare insediamenti risalenti all’età del bronzo.

La nascita del centro urbano di Orsara si può ritenere collegata alla fondazione dell’Abbazia dell’Angelo, con lo sviluppo del paese a ridosso della struttura fondata dai benedettini proprio nell’XI sec. E furono gli abati, in ambito generale, ad avere un ruolo fondamentale nell’opera di diffusione della cristianizzazione della festa del Primo Novembre, operata ufficialmente da Bonifacio IV nei primi anni del VII sec.

In diversi casi, questo lavoro veniva agevolato dall’accostamento di termini di matrice cristiana ad elementi originari di tradizione romana che potremmo riscontrare già a partire dall’analisi del nome che caratterizza la tradizione orsarese. Fucacoste e Cocce Priatorje, dalle zucche che simboleggiano le “teste del purgatorio” accostate al fuoco, uno degli elementi chiave della tradizione romana insieme al solco, anch’esso presente ad Orsara nelle competizioni con cui gli agricoltori si sfidavano per celebrare San Michele.

Attraverso percorsi scolpiti nella terra, lavoratori e devoti raggiungevano l’Abbazia che ospitava la tradizionale veglia in onore dell’Arcangelo. E in fondo, la possibile contaminazione della tradizione romana è corroborata dalla presenza nel territorio della rete viaria di collegamento fra Roma e la costa adriatica e dei vicini centri di Aecae, Ausculum e Vibinum, preludi storici alle città di Troia, Ascoli e Bovino.

Altri elementi testimoniamo la possibile contaminazione con la tradizione romana, ma andiamo oltre e passiamo ai Greci, presenti nel territorio e a cui potrebbero essere legati due aspetti della nostra usanza. La tradizione popolare dei fuochi e la possibile etimologia dalle parole Φλογεος (fiammante, ardente) + ακουστος (udibile, da udirsi…).

Ma la presenza dei Normanni, ad Orsara, aggiunge elementi fondamentali in merito alla matrice celtica della nostra tradizione che tuttavia si distingue senza dubbio da Halloween e dalla celebrazione di Samuin, nome con cui in Irlanda si intende il Capodanno celebrato nelle terre dei Celti.

Ad Orsara è tutt’altro.

È la festa della luce e della commemorazione dei morti.

Le anime tornano sulla Terra, riconoscendo il cammino disegnato dalle faville scintillanti delle ginestre in fiamme.

E attraverso il fuoco riescono a purificarsi per poi partire alla ricerca della dimora terrena, seguendo la luce delle zucche lanterna. Non possono però incontrare i propri cari, che la tradizione vuole a letto entro la mezzanotte dopo aver lasciato del cibo povero vicino al fuoco per i defunti in visita (prevalentemente patate e castagne), cotto sulla brace durante la commemorazione. Enormi fuochi da accendere a partire dalle 19.00, al suono della campana della Chiesa Madre.

È la processione delle anime del purgatorio, accompagnata secondo studi recenti da riti di origine confraternale, alla base di diversi aspetti della festa.

Storie di vita. Meravigliosi racconti di un villaggio in festa.

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