“SCHEGGE DI PASSATO” | Ecco la nuovissima, stupenda rubrica a firma di suor Angela Di Spirito


L’amica Angela Di Spirito, figlia di Placido e Gorizia, ci ha scritto un’email qualche giorno fa. Inizia oggi con lei questa nuovissima, stupenda rubrica, intitolata “Schegge di Passato”.

“Ho lasciato Montaguto che avevo tredici anni. Ci sono tornata rare volte e negli ultimi anni per una visita fugace al cimitero. Ho perso i contatti con la gente, non conosco le nuove generazioni e ricordo solo vagamente quelle passate. Ma il paese, il dialetto, le sue feste, la sua vita mi sono rimaste dentro, come  fotografate. Quasi per caso ho aperto il sito Montaguto, che mi ha catapultata nelle mie origini. Volevo complimentarmi e dirvi grazie. Il presente esiste perché c’è stato un passato, e il presente sarà il passato del futuro. Se il vostro giornale ospita anche articoletti che riguardano gli anni passati, potrei offrire un contributo, relativo agli anni ’50. Ma comunque seguiterò a guardare il sito per quanto mi è possibile. Un saluto cordiale e caro”.

Sono piccole intense memorie che hanno attraversato decenni, infiltrandosi pacatamente e con forza nell’animo. Riemergono silenziose e sobrie, color pastello. Raccontano lampi di vissuto, insignificanti nell’apparenza ma che pure hanno segnato l’esistenza.

 

L càl-ca-tàsch

Càl-ca-tàsch, ascinn a basch. Tu t’inchiud e i’ t’ scasch…

Canticchiavamo così inseguendo le piccole luci intermittenti che ci volavano sulla testa, quiete quiete come stelle cadute dal cielo e sospese sulla nostra terra… Un fenomeno affascinante, misterioso, di fronte al quale rimanere a bocca aperta. Catturarle nelle manine era una vittoria. Erano il divertimento dei piccoli dopo il tramonto, nei mesi estivi.

All’inizio della strada che allora si chiamava pomposamente ‘via carrozzabile’ c’era un piccolo ripieno terroso che serviva anche per raccogliere i pochi residui inservibili. Pochi. Si buttava poco o niente all’epoca. Tutto veniva riciclato. I torsoli di mela al maialetto e gli scarti più minuti alle galline, e i gatti e i cani erano autonomi nel procurarsi il cibo.

Su questa modesta discarica comparivano, dopo il calar delle sole, le scintille fosforescenti che costituivano una attrazione speciale per i bambini.

Mia nonna, presso la quale spesso mi attardavo, abitava vicino. Dovevo solo attraversare la strada per trovarmi in questo parco-giochi naturale.

Una volta una zia che parlava l’italiano, zia Flora, mi insegnò una cantilena nuova: Lucciola lucciola vieni da me che ti dò il pan del re, pan del re e della regina, lucciola lucciola vieni vicina.

Mi piacque, ma non so se ho mai adottato questa elegante formula. Mi faceva soggezione e avevo l’impressione che le luci volanti non capissero questo linguaggio rifinito.

Le lucciole sono rimaste comunque tra i ricordi più vivi, anche perché costituirono per me, ingenua e beata ragazzina, ancora in età prescolare, una delle prime delusioni.

Mi venne voglia di capire che cosa succedeva di questi esserini pieni di luce, il mattino seguente. Come facevano le lucciole a illuminarsi? Che cosa diventavano poi? Perché di giorno non si vedevano? E come si spegneva quello strano chiarore?

Immaginai che passata la notte, diventassero brillantini o qualcosa del genere. Allora ne catturai un mucchietto, cinque, sei, che infilai –e ci volle destrezza- sotto un barattolo di latta, poggiato sul comodino.

Mi addormentai, speranzosa, e appena sveglia sollevai con cautela il piccolo contenitore. Vi trovai soltanto sei piccoli insetti stecchiti e neri.

 

Mus-llin

Non so se era un soprannome, o il suo vero nome di nascita, in omaggio a un duce che prima di rovinarci era stato rispettabile. Era conosciuto semplicemente così: Mus-llin. Era il banditore del paese. Pare fosse leggermente claudicante, non ricordo bene. Ricordo molto bene però la solennità con cui svolgeva il suo incarico.

Quando c’era una comunicazione da fare al paese, di qualsiasi genere fosse, lui era là. Percorreva le poche vie nel giro di qualche ora. Si piazzava al centro della strada e si annunciava con tre brevi strombettate. Peepè – peepè – peepè…

Poi gridava forte: Attenzione, uè, attenzione! Una pausa sufficiente ad attirare e radunare ascoltatori, prima dell’annuncio.

Va’, va’ a sente che dice Mus-llin… Chi non poteva affacciarsi delegava qualcuno.

Si creava il silenzio, l’attesa.

Quando donne o ragazzini erano sull’uscio o alle finestre con l’orecchio teso, proclamava il suo editto lentamente, con tutta la voce che aveva in corpo: alla chiazz d lu municipio ogg s vinnen la minest, li ppipiciell, l patan…

E’ arrivat l’ammulaforbic… lu putit truvà vicin a lu furn…

Oppure annunci privati: chi avesse truvat [o avesse pers] nu’ sciall verd, stasc a la cas di z’Ntonio Colangelo.

Era così l’etica genuina del popolo. Chi trovava qualcosa lo comunicava, e solo se il proprietario non si faceva vivo ne diventava possessore.

Una volta Mus-llin comunicò alla popolazione l’arrivo di un camioncino che vendeva bottiglie di vetro, se ricordo bene a cinq lire tre buttiglie. Erano bottiglie vuote di liquori, ancora appiccicose, che i bar delle città rivendevano a poco prezzo. Preziose per le donne, nel tempo della salsa di pomodoro.

Si potevano scegliere, e spesso l’attrazione era più per la foggia delle bottiglie, allungate, tondeggianti, a forma di pesce, a conchiglia… che per la sua resistenza. Nella bollitura che garantiva la conservazione della salsa, parecchie non resistettero. Il vetro scoppiò disperdendo anche il suo contenuto.

Non si poteva mica dare la colpa a Mus-llin!

 

Lu maest M’ncucc

La scuola elementare era ospitata in un edificio accanto al comune.

Municipio, scuola e chiesa: gli edifici più importanti del paese erano vicini, raccolti in un solo abbraccio. Due piani e cinque classi: a pianoterra la prima e la seconda, al primo piano le altre tre.

La scuola dell’infanzia, l’asilo, come si chiamava all’epoca, era affidata alle suore, nell’edificio di donna Nicoletta Iagulli che fece un lascito al comune per questo scopo.

I relativi cinque insegnanti si succedevano iniziando ciascuno dalla prima classe. Si conosceva in anticipo quindi quale insegnante toccasse ai futuri scolaretti. I maestri erano conosciuti, facevano parte di una sorta di élite: persone che avevano studiato, e quindi rispettabili. C’era anche un’insegnante donna: la maestra Gilda, che mi pare fosse forestiera.

A me toccò di turno lu maest M’ncucc. Una sorte felice. Non so come fossero gli altri, ma il mio maestro era un super maestro. Nacque da subito una intesa straordinaria tra me e il signor maestro, come si faceva chiamare da noi scolari: competente, coscienzioso, puntuale. Un educatore eccezionale. Raramente faceva uso della ‘bacchetta’ che per altro era il mezzo correttivo abituale e pedagogico del tempo. E neppure ricordo che alzasse mai la voce.

Fu un punto di riferimento importante per i cinque anni della mia età scolare, e anche in seguito. Devo a lui l’amore alla ricerca, alla cultura, alla lingua italiana. Questa lingua per noi straniera che si parlava solo a scuola! ma era la lingua dei libri, che ti spalancavano il mondo.

Già, i libri. Ricordo il primo, il libro della seconda elementare, con la copertina lucida a colori. Si intitolava Mille Stelle e riportava l’immagine di due bambini, un maschietto e una femminuccia, seduti su una panchina, a contemplare il cielo che si allargava pieno di stelle sul loro capo.

Mi piaceva leggere. Ne avrei divorati tanti di libri, ma non esistevano biblioteche. Un volta il maestro mi regalò, finito l’anno scolastico, un testo di lettura sicuramente ricevuto in saggio e non adottato a scuola. Non avrà mai saputo quanto gli fossi grata per quel dono! O lo avrà indovinato dalla mia faccia che si infiammò per l’emozione?

Correggeva i nostri quadernetti con l’inchiostro rosso e scriveva i voti a lettere. Sei, otto, dieci. Il dieci era particolare, perché la e somigliava alla c, e noi leggevamo dicci e giocavamo: chi ha pigliato ‘dicci’ a lu dettat?

Inventò per noi Il piccolo museo didattico. In una sorta di credenzina a vetri, bassa, posta all’angolo dell’aula, ci faceva sistemare, in piccoli contenitori con il coperchio di vetro, varie specie di erbe, di cereali, di legumi e, in flaconcini di vetro che un tempo avevano contenuto penicillina, infilavamo insetti di ogni specie: cavallette, coccinelle, cicale… Una gara tra noi, a chi portava qualcosa di inconsueto da collocare nel ‘museo’. Su pezzettini da carta incollati con colla di farina si scriveva il nome di ciò che ciascun contenitore custodiva. Imparammo che lu pappl di santa Nicol aveva il leggiadro nome di coccinella e che lu ruzz, con le fascinose elitre iridescenti, si chiamava scarabeo ed era venerato dagli antichi egizi e considerato portafortuna. Penso che acquistammo un maggiore rispetto per la famiglia degli insetti, che spesso erano oggetto di piccole torture per il divertimento soprattutto dei maschietti.

E l’epica, la mitologia? Ci accompagnavano nei sogni, di notte, Icaro con le ali, e Narciso perdutamente riflesso nello specchio del lago, e Ulisse, il cavallo di Troia, il terribile Polifemo…

Quante cose ci insegnava il signor maestro. Lu maest M’ncucc sapeva tutto e le sue parole erano indiscutibili.

Ma chi t l’ha ditt a te, ca lu sol stac ferm e la terra gira? Spesso gli adulti si divertivano a provocarci, nelle nostre entusiasmanti scoperte. Com!? L’ha ditt lu maest! Parola sacrosanta davanti alla quale si alzavano le mani.

Durante l’inverno ginnastica per riscaldare mani e piedi, nei massicci banchi di legno a due posti, con i classici fori per i calamai; passeggiate al bosco quando iniziava la primavera. E nel bosco gare di corsa e lezioni. I punti cardinali, i nomi degli alberi, la forma delle foglie… Erano lezioni piacevoli, sperimentali.

Riferito alle foglie imparai un aggettivo che mi piaceva moltissimo: accartocciate. Me la rigiravo in bocca questa parola nuova, assaporandola come una caramella. E non vedevo l’ora di poterla infilare in qualche tema. Venne il momento. Tema: Quello che vedo dalla finestra di casa mia. Non so se descrissi anche quello che realmente vedevo. Ma mi inventai la visione di un bosco, tutto pieno di alberi e, sotto gli alberi, tante foglie accartocciate. Ecco, ci ero riuscita!

Quando il maestro lesse il mio tema, mi fece questa domanda: ma tu, dalla finestra, guardavi col cannocchiale?

 

Z’ Carlucc

La zeta, col suono duro, era d’obbligo davanti al nome delle persone adulte. Era una forma di rispetto, come a dire signor, o signora. Non aveva niente a che vedere con l’altrettanto rispettoso ‘z’ riservato agli zii della parentela.

Z’ Carlucc era il droghiere del paese. Un ometto mansueto e complice che ci sapeva fare con i ragazzini. Non so se ancora oggi esiste il suo esercizio. Era lui che riforniva di quaderni e di pennini tutta la popolazione scolastica. Si trovava a metà di una delle due strade principali del paese, subito dopo la strett’l che collegava le due vie. Un posto accessibile, oltre che invitante.

Con cinque lire ci compravi un pennino a cavallotto, una carta asciugante e ti restava la bellezza di un pesciolino di liquirizia come resto. Che fascino quel barattolo di vetro pieno di pesciolini, posto sul bancone come una perenne tentazione!

Vendeva anche fiammiferi, sale, zucchero, pasta, riso e forse anche la crumatina per le scarpe. Accartocciava la merce con abilità in un cono di carta azzurrina o giallognola, ammiccando al barattolo di pesciolini prima di consegnarti il resto.

Ricordo il rettangolino verde-pallido delle due lire. Il numero era in lettere stampatelle, con la u a forma di v, DVE lire. La cinque lire invece era quadrata, di color marroncino. E non si andava oltre. Non si metteva di più in mano ai ragazzini.

A loro si affidavano solo le piccole incombenze: va’ accattà li fiammifer da z’Carlucc e n’t f’rmenne a pazzià, fa’ subbt.

Erano incarichi di responsabilità! Con la speranza che ci scappasse il resto per la liquirizia.

La raccomandazione di non ‘pazziare’ per la strada era d’obbligo, perché non di rado succedeva che incontrando amichetti si scordasse il motivo per cui si era usciti di casa.

Pazzià: Che bel verbo, per indicare l’attività del gioco: fare pazzie, cose senza senso, innocenti passatempo. E ce ne erano tanti! Soprattutto per i maschietti, sulle strade libere e polverose, a mazz e mazzariell, a zompacavallo, ai bottoni, alle cinque pietruzze, a nascondino,… oltre, si intende, ai giochi proibiti, come picchiare col battente sui portoni e poi scappare o fare lo scivolo sui parapetti delle scalinate.

Ce ne era uno poco lontano da z’Carlucc: come resistere, a dispetto delle raccomandazioni materne?

 

La guerra di Troia

Mammanò tu t riquord quann quir de Griec hann appicciat a Truoia?

Necessita una premessa per comprendere questa strana domanda fatta da una scolaretta di terza/quarta elementare. Dunque, il maestro ci parlò per sommi capi della guerra di Troia. Entusiasmante! Una vicenda del genere nelle vicinanza del nostro paese! Infatti, non mi sfiorò neppure il dubbio che non si trattasse di Troia, in provincia di Foggia, e di Greci (tra Grecia e Greci la differenza di una sola vocale), a due passi da Montaguto.

La cronologia e la geografia non erano il mio forte. Che la sanguinosa decennale guerra fosse combattuta tra i Greci e la potente città di Troia, in Turchia, oltre mille anni prima di Cristo erano particolari che mi sfuggirono completamente. Ma la vicenda mi interessava. Avrei voluto saperne di più e speravo che mia nonna, anziana (!) fosse stata una testimone dell’evento. Da qui la domanda, se lei ricordava qualcosa o addirittura fosse stata testimone.

Com!? quir de Griec hann appcciat a Truoia? N’hagg mai sntute stu fatt. E quann ha succiess?

Delusione da parte mia. Non solo non ne sapeva di più, ma chiedeva a me notizie ulteriori. Tanta tiemp addrete, mammanò, tu n’c stivi.

E n’zeva sapè nu fatt d quist?! E appcchè s’hanno muosse da Griec p’ ghj appiccià a Truoia?

Nonna era sconcertata. Cercai di spiegare con tutta la chiarezza in mio potere.

Pcchè un de truoia s’arrubbò a la mugliere de lu re di Grieci.

Lu re di Griec? E quann mai a Griec cià stat lu re? Quatt case sgarrupat, pegg di Mondaut…Non pot’esse…

Incredula, ma curiosa di saperne, più di quanto lo fossi io.

E come hann fatt?

Mo t lu dich ij mammanò. Mi sentivo quasi orgogliosa di insegnare qualcosa a nonna che, pur non sapendo leggere e scrivere, ai miei occhi era un portento: faceva i conti con grande sveltezza, a memoria, sapeva le lune e sapeva dire, senza calendario, di che giorno sarebbero capitati certi avvenimenti: martdì sei, mercredì sett, mercredì quattuordic, mercredì vintun; lo vintiduje vene di giuvedì.

Hann fatt accussì mammanò. Hanno fatt nu cavall d taccul e dint c’iann mist li suldat… Po’ quann s’ha fatto sqruij hann asciut for e hann appcciat lu fuoch a tutt lu pais…

U Madonna mia! Puvriell! E hanno muort tutt li cristiani?

Sin mammanò. Uun ntutt s n’ha fjut, cu lu patre ‘n cuoll e lu figl p la man.

Ma pot’esse cha non z’eva sapè nu fatt di quist!?… Vid cha radda esse natu pais. Aveva la sicurezza di una mia errata interpretazione.

None mammanò. N’coppa a lu libr stace scritt: Troia e Grecia.

Segni di cedimento.

E po’ l’ha ditt lu maest.

Resa totale. Si stace scritt n’coppa a lu libr e si l’ha ditt lu maest…è accussì.

Suor Angela Di Spirito, la figlia di Placido e Gorizia

Commenti

comments

Lascia un commento