“SCHEGGE DI PASSATO” | Seconda parte della nuova, stupenda rubrica a firma di suor Angela Di Spirito


L’amica Angela Di Spirito, figlia di Placido e Gorizia, ci ha inviato la seconda parte di questa stupenda rubrica su Montaguto, intitolata “Schegge di Passato”. Buona lettura!

“Ho lasciato Montaguto che avevo tredici anni. Ci sono tornata rare volte e negli ultimi anni per una visita fugace al cimitero. Ho perso i contatti con la gente, non conosco le nuove generazioni e ricordo solo vagamente quelle passate. Ma il paese, il dialetto, le sue feste, la sua vita mi sono rimaste dentro, come  fotografate. Quasi per caso ho aperto il sito Montaguto, che mi ha catapultata nelle mie origini. Volevo complimentarmi e dirvi grazie. Il presente esiste perché c’è stato un passato, e il presente sarà il passato del futuro. Se il vostro giornale ospita anche articoletti che riguardano gli anni passati, potrei offrire un contributo, relativo agli anni ’50. Ma comunque seguiterò a guardare il sito per quanto mi è possibile. Un saluto cordiale e caro”.

Sono piccole intense memorie che hanno attraversato decenni, infiltrandosi pacatamente e con forza nell’animo. Riemergono silenziose e sobrie, color pastello. Raccontano lampi di vissuto, insignificanti nell’apparenza ma che pure hanno segnato l’esistenza.

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Lu ‘ntrattien

Va’ da zie’Cuncett e fatt da’ nu poch d’ntrattien.

Quando avevano da dire o fare qualcosa che era opportuno nascondere agli occhi o alle orecchie dei piccoli, ti mandavano da qualche conoscente, con questo incarico. C’era intesa naturalmente. Tutti i grandi sapevano di che si trattava.

Magari sull’uscio trovavi l’uomo di casa. Z’Ntò, c stasc zie’ Cuncett?

E come n’c stasc!? Cuncè, vien a vdè che vole sta figliulelle.

E quando zi’ Concetta ti compariva davanti le snocciolavi la richiesta: Ziè Cuncè, ha ditt mamm si m può dà nu’ poch d’ntrattien.

Nu poch d’ntrattiene? E com no? Haj aspttà, a zije. Mo finisc stu servizij ca stengh facenne, e t lu vav a piglià. Assiett’t qua, ‘n copp a stu scanntiell.

E intanto ti facevano qualche domanda o ti impegnavano in qualcosa.

Va’ a vde’ li pul-cini… vid quant so bell! E statt accort, non ti facenne pizzlà da la voccl…

Facevi la tua brava visitina a goderti i morbidi palloncini gialli pigolanti, in continuo movimento sulle zampette nuove nuove, poi di corsa dentro, sperando che nel frattempo zi’ Concetta avesse recuperato questo benedetto ‘ntrattien’. Macchè!

Nto’, dacci duij cicer arrstut a sta criatur. T piacn li cicer eh? Rus-ch, rus-ch, mo’ ca li dient l tien buon…

Ceci e fave abbrustolite erano i crackers del tempo, genuini e fatti in casa, insieme ai chicchi di randinij fatti scoppiare sulla fiamma, dint a lu farnar.

Intanto che ti sgranocchiavi li cicer arrstut il tempo passava. Ma avevi l’impressione che non si ricordassero più del motivo della tua presenza. E quann ci vol –dicevi dentro di te- a piglià stu ntrattien?

Quando ritenevano sufficiente il tempo trascorso o si accorgevano, da come dondolavi le gambe, che non ce la facevi più ad aspettare, ti congedavano, mettendoti in mano qualcosa avvoltolata in carta da maccheroni: di’ a mamm’t ca ogg tenev sulo quist. N’ata vota te ne denq cchiù assai.

E ci voleva tanto? Comunque la missione era compiuta e trotterellavi, col prezioso fagotto sulla via del ritorno!

Hai ditt grazij a zie’ Concett? Vero o non vero, dicevi di sì, altrimenti ti buscavi il rimprovero di scustumat, dopo tutta quella fatica.

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Gli ambulanti

Venivano da paesi limitrofi, con la loro merce speciale. Raramente erano venditori. Per lo più funzionava il baratto. Talora si trattava di ‘specialisti’ in qualche lavoretto che serviva in modo sporadico.

Quello che segue è una piccola rassegna dei più comuni.

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Lu lupnar

Probabilmente veniva dalle Puglie. Montaguto si trova al confine tra le due regioni, quindi non era difficile raggiungerlo con prodotti di pianura.

Portava lupini in una grossa bacinella di alluminio, e li offriva in cambio di cereali o di altri legumi, ma soprattutto di grano.

Aveva un misurino di legno, a forma di piccolo tronco di cono. Na msur di lupin a me, na msur di gran a te… In una specie di carrozzino aveva già pronti sacchetti per travasare i diversi generi.

Era uno sfizio, il lupino. Salaticcio e calloso, si sgusciava che era un piacere stringendolo appena tra i denti o con le dita.

E nessuno badava se, nel baratto, ci perdeva qualcosa in valore.

Quir puvriell a’dà pur campà no? Ven da luntan…

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Lu capllar

Si, proprio così, si barattavano anche i capelli. Le donne, soprattutto le più grandi (le signorine azzardavano già la permanente) usavano le trecce, raccolte a tuppè dietro la nuca. Quando le scioglievano e pettinavano i lunghi capelli, molti ne rimanevano nel pettine.

E voi credete che si mettessero nella spazzatura? Manco a dirlo. Si raccoglievano a ciuffetti, arrotolandoli sulla punta dell’indice, e si conservavano dint a lu sacchttucc d li capilli, in attesa dell’uomo che passava, ogni tanto, a barattarli.

Lu capllarascite for figliò, ha vnute lu capllar…

In un grande canestro col manico esibiva la merce di ricambio: piettin e pttness, fermacapill, furcine, retin, furbcett, qualcosa insomma che aveva a che fare con la merce di ricambio.

A seconda della consistenza dello scambio il fermacapelli poteva essere semplice, lineare, o con le perline, più largo, più consistente…

Men, me’, dammin doij de furcine: m l’aggia mett coppa a tutt e dojie l gurecch, no?

E va bene, signorì, solamente a voi sto favore. E quel signorì, detto quasi in italiano, suonava come un galante complimento e valeva più del presunto favore personale.

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Lu stracciaruol

Passavano per vari stadi, prima che gli indumenti diventassero pezz vecch per il cenciaiolo. Perché da un vestito con maniche e corpetto sdruciti si ricavava una gonna nuova, che poi diventava zinal prima di passare al vaglio del baratto.

Il baratto avveniva con utensili da cucina: piatti, brocche, forchette, ciotole, cucchiai di legno.

Valevano poco le pezze vecchie, soprattutto se non erano di lana. Le donne sbirciavano nel canestro e poi azzardavano la richiesta: I vulesse quer’amml, quer con dujie manich

L pezz so’ poch, signò, e non so’ manc d lan… t pozz dà quest, chiù piccnenne, cu li fijur. Vid, vid quann è belle!! E ti esibiva una brocca piccolina, con un solo manico.

E va’ buo’ dammill, mo’. Quann vien n’ata vota m’aggia piglià ‘nu schummariell.

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L’acconciabrocch

Sissignore. Anche a Montaguto si aggiustavano gli utensili di coccio rotti, come la giara di pirandelliana memoria.

Che peccat sta spaselle, era nova nova… sacc com s’ha fatt a romp… Per fortuna passava l’acconciabrocche che ricuciva anfore, piatti, catini, brocche… naturalmente se avevano rotture uniche, con lembi riaccostabili e interi.

Si portava dietro tutti gli attrezzi del mestiere: il trapano, il fil di ferro, le tenaglie. Svolgeva il suo lavoro in una delle case delle richiedenti.

Le vicine si davano appuntamento in una sola abitazione. Puortl qua lu piatt, Matalè, mo’ si truov…

Averament teng na pignata sesetata… prim ca si romp n’tutt la voglj fa’ aggiustà…

Era maggiormente garantita la riuscita dell’operazione, quando c’era solo una lesione.

Con la pazienza di un chirurgo l’ometto praticava piccoli fori nell’arnese da riparare e nel lembo staccato dalla rottura, badando bene che fossero in perfetta corrispondenza e a uguale distanza. Poi vi faceva passare pezzettini di fil di ferro preparati in precedenza, e li attorcigliava con le tenaglie.

L’esito dipendeva molto dal tipo di frattura, composta o scomposta, proprio come le ossa, ma sempre comunque raggiungeva lo scopo.

Lu vulit nu bcchierucc di vin? Quist’ann ha vnute propr buon…

Haaa! grazie assai signò, ci voleva proprio, E’ buono verament. L’uomo si rinfrancava, prima di dare l’ultimo ritocco. Un lavoro di restauro minuzioso e paziente, che permetteva il riutilizzo dei preziosi contenitori per molto altro tempo.

Signo’ – diceva soddisfatto a lavoro compiuto- è chjù meglj ancora di quann’era nova. Vid vid quant è fort… e picchiava colle nocche per far sentire il suono…

Quant t’aggia dà’?

Credo che il costo venisse valutato dal numero dei punti. Un breve mercanteggiare e poi contenti tutti e due.

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A ndò a l monach

Ma’, i vav a’ndò le monach.

A te e le monach!! semp andò le monach… nu srvizielle a casa toja nu lu puoi fa’, no?

Non era una fuga dalle faccenduole casalinghe che spingeva dalle suore le ragazze e le ragazzine dopo la quinta elementare. La casa delle suore era l’unico luogo associativo del paese in versione femminile. Un piacevole punto di riferimento.

All’ingresso, sulla parete di fronte, c’era una scritta, dipinta a mano, incorniciata e ben in evidenza, come un manifesto programmatico: Albergo in cui sol piace grazia, silenzio e pace, pazienza e carità.

In quanto al silenzio e alla pace ci pensavamo noi a trasgredire la dicitura, ma per il resto, soprattutto di grazia e di pazienza, ce ne era da vendere.

Dalle suore si faceva tutto: scuola materna, doposcuola, catechismo, preparazione alla prima comunione, adunanze di azione cattolica, ricamo, lavoro ai ferri, recite, balli a carnevale…

Ma dove trovavano resistenza e tempo queste quattro donne col viso mezzo nascosto da un riccio bianco?

E chi se le dimentica suor Rosa e suor Teresa? Suor Rosa aveva una voce che riempiva la chiesa, durante le funzioni sacre, era bella, nel fisico e nel volto, dolce, sorridente, sempre benevola.

Ma pcchè s’ha fatt monac!? ammiccava qualche screanzato.

Suor Teresa era più severa, un po’ burbera, ma ci voleva lei per tenere la disciplina. Era precisissima e sapeva fare di tutto. Queste due suore sono state più a lungo a Montaguto e hanno segnato in qualche modo la formazione di parecchie generazioni.

Ma le monach mangian? A noi davano l’impressione che nessuna cosa della terra le sfiorasse. Ma certo che mangiavano. Una dolce suorina, che si vedeva molto poco, cucinava per i bambini e per le suore. Cucinare allora significava accendere il fuoco, impastare la farina per fare pane e maccheroni, li paccuniell, li cicatiell, l rrcchjtelle, l tagliatelle, prima che l’evoluzione fornisse di tubettini, penne, zit e miezzzit l’esercizio di z’carlucc

Quando il tempo lo permetteva e il programma lo prevedeva, con le suore uscivamo a passeggio, per la strada che porta alla funtana Paulin o verso il bosco, nell’altro versante del paese. Noi avanti e le suore dietro, a proteggerci e a vigilarci.

Longa longa faustì stì stì: una cantilena allegra, che ci vedeva avanzare con le braccia una sulle spalle dell’altra, in una barriera festosa e ridanciana. La strada era tutta nostra. E chi le vedeva le macchine? C’era solo la corriera, che arrivava strombazzando una volta al giorno.

Qualche volta raccoglievamo l maricule, abbondanti ai margini della strada, così tante da farci poi ottime marmellate.

E poi c’erano le adunanze: racconti morali, vite di sante, preghiere mandate a memoria, riflessioni e domande, scambio di opinioni.

Mo’ bast, suor Ro’ c’im stancate a dic rusarie – azzardava qualcuna più spigliata quando la preghiera accennava a prolungarsi. E suor Rosa la guardava con occhio che voleva essere di rimprovero, ma che finiva con un sorrisino compiacente.

Adesso ci ripassiamo i canti per la processione del Corpus Domini, e poi un bel biscottino a tutte. Ed era subito festa.

Indimenticabili le recite che diventavano spettacolo pubblico per tutta la popolazione e che spesso si dovevano replicare. Non recitine semplici, ma drammi, commedie, in due o tre atti e con tanto di farsa finale.

Tutto il paese ne veniva coinvolto. Le recite si facevano alla Casa dell’ECA. Gli uomini allestivano palcoscenico, scenografia e sipario, reperivano e disponevano sedie per la platea, le donne contribuivano a fornire il cast di costumi più o meno adatti ai personaggi.

Per la marchesa ci serve una pelliccia, un cappellino… E chi l ten? Jam a vdè a la casa d lu farmacist, la mugliere pot esse che le ten st robb…Ed era una gara a chi riusciva a tornare con il costume giusto, o giusto pressappoco.

Noi ‘attrici’ assumevamo ruoli femminili e maschili, disegnandoci baffi con la carbonella, e ricopiavamo le parti assegnate dai quadernetti che le suore si tramandavano: atto primo, scena seconda, marchesa e detti ecc. ecc.

Suor Ro’ che significa ‘e detti’? Signfica quelli già nominati, quelli che stavano prima. Aah! agg capit.

Dalle suore sentivi di essere protagonista, di far parte di un mondo che va oltre la storia, che è fatto di valori, di qualità buone, di vita spesa per gli altri, di conoscenza di Dio e dei santi, di ultraterreno insomma.

E allora, come non correre a ndò a l monach ogni volta che era possibile?

Suor Angela Di Spirito, la figlia di Placido e Gorizia

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