“SCHEGGE DI PASSATO” | Terza parte della bellissima rubrica su Montaguto a firma di suor Angela Di Spirito


L’amica Angela Di Spirito, figlia di Placido e Gorizia, ci ha inviato la terza parte di questa stupenda rubrica su Montaguto, intitolata “Schegge di Passato”. Buona lettura!

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Lu pacck da l’Amerch

La vita del dopoguerra era dura a Montaguto, come in ogni paese d’Italia.

Alcune vecchiette vestite di nero aspettavano ancora -proprio perché la speranza è l’ultima a morire- che il figlio dato per disperso ritornasse dalla guerra, magari malato, mutilato, ma vivo.

Trasalivano ad ogni notificazione ufficiale dalla posta. Meglio nessuna notizia che la conferma della ‘sua eroica caduta per difendere la patria’.

Gli aiuti americani in quel periodo erano una manna. Certe gallette dure dure, ma pur sempre commestibili, formaggio fuso giallo e pastoso, latte in polvere…

Chi aveva parenti in America poteva dirsi fortunato. Arrivava ogni tanto un pacco pieno di indumenti, nuovi o dimessi aveva poca importanza. Vistosamente colorati, si distinguevano da lontano, come rrobba amrcan’, di indubbio gusto ma tanto preziosa.

Era una notizia per il paese l’arrivo di un pacco! La figlj di Mngucc ha avuto ‘nu pacck…

Una specie di festa: si facevano complimenti, con malcelata speranza di condivisione, quando le taglie degli indumenti non erano indossabili.

Che peccat, mannaggia! stu’ cauzunciello è tropp piccul… lu criatur ha crsciut…  Ma pot esse ca vasc bon a lu fratcuscin…

Il pacco dall’America faceva parte dei lieti eventi, anzi era portatore del lieto evento per eccellenza. Perché a Montaguto, per chi non lo sapesse, i bambini arrivavano nel pacco, dall’America. Non nascevano sotto un banale cavolo, come gli altri, e neppure li portava la cicogna. La cicogna?! E chi la conosceva? Cose da cittadini…

Dunque i nascituri montagutesi arrivavano dritti dritti dall’America, nel pacco, già ‘firmati’ da marca esotica.

Si andava puntualmente a fare visita alla neomamma e alla famiglia. Una visita breve perché, come si diceva in dialetto mundautes: a lu malat e a la figliat, na sedut e n’auzata.

Ricordo alcune di queste visitine, in clima di gioiosa partecipazione, le esclamazioni di apprezzamento, vere o di cortesia, per la bellezza del neonato: è bell assaje sta criature… a la bndich… vid vì che bella vucchella… e quanta caplluzz tene… tale e qual a lu patr…

Il padre, gongolante, distribuiva ciambellette fatte in casa e rosolio colorato, in bicchierini minuscoli come un ditale.

Una strana coincidenza mi fece una volta riflettere sulla faccenda del pacco che, dall’America spediva a Montaguto questi fagottini fasciati e frignanti nei quali, a dire il vero, io non riuscivo a vedere la tanto decantata bellezza.

Come mai, mi chiedevo, ogni volta che il pacco americano porta un bambino, la mamma si ammala e si mette a letto? Nessuno seppe darmi una spiegazione convincente.

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C stev ‘na vot…

C stev ‘na vot… Era la parola magica che aveva il potere di radunare in sufficiente tranquillità i marmocchi della famiglia, fratellini e cuginetti.

Che cosa facevano altrimenti, nei pomeriggi invernali, dentro casa, quando si era troppo piccoli per preparare le tagliole ai passeri o a giocare a palle di neve?

Mammanò dicc nu cunt… C l’aja dic nù cunt, mammanò?

Si faceva un po’ pregare la nonna, per assicurarsi l’interesse, poi attaccava: C stev ‘na vot… E a poco a poco la stanza semibuia si popolava. Di fate, di streghe, di principesse, di fontane incantate, di orchi, di matrigne cattive e di fratellini giudiziosi, di animali che parlavano. A li tiempi quann l’anmal parlavn, ci stev ‘na vota nu lup e na volp… Lupi e volpi erano i protagonisti più ricorrenti, residui di antiche favole di Esopo e di Fedro, che riuscivano a sopravvivere a secoli di tradizione orale, modificati talora, passando di memoria in memoria.

Spesso i racconti facevano parte della Storia Sacra: Abele e Caino, Giuseppe venduto dai fratelli, la fuga in Egitto con gli alberi che offrivano nascondigli e abbassavo i rami per far cogliere i frutti. E Gesù Bambino che modellava uccelli di creta e poi li faceva volare… e la Madonna Addolorata che cercava Gesù la notte del giovedì santo…

Un miscuglio di favole, di Bibbia e di vangeli apocrifi che per noi non facevano peraltro alcuna differenza. La differenza si fa più tardi, quando finisce il disincanto.

Li cunt di mammanonn erano anche un modo genuino e fascinoso per trasmettere la fede.

Ce steve na vota nu patr ca tnev duj figlj. Duj figlj ‘ntutt, tutt e duj mascul.

E la mamm ’n c steve mammanò?

Mo’ n’abbienne, a l’us tuj! Nossignor, n’ c steve la mamma!

Non erano rare le interruzioni. Significavano curiosità e soprattutto attenzione.

Il racconto proseguiva… Quann lu figlj chiù piccul decise di lasciare la casa e di andarsene lontano, altra domanda di precisazione.

E andò jese mammanò? A l’Amerch?

Seee… a l’Amerch… Ma ancor n’c steve l’Amerch a quiri tiemp. Il rimbecco questa volta era del più grandicello, già erudito sulla scoperta del nuovo continente.

Mò, si n v stit citt n dik chiù nient…

No no…

E la storia proseguiva, indisturbata, fino alla fine, fino all’abbraccio paterno e alla rabbiosa disapprovazione del figlio maggiore: «Accussì è… un hadda fa lu mal crstian p s god na fest… E j? Agg fatijat tanta tiemp, com a nu ciucc… m’aviss dat ‘na vot n’ajniell.»

Steve arraggiat assaj e n vulev trasì.

E a questo punto un commento personale di nonna: quiru puvriell mank tnev tuort.

Però -questa la solenne ortodossa conclusione – lu Patr Etern la penz d ‘n ata maner.

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Z’ Rocch lu sacrstan

Uno stretto collaboratore dell’ arciprete, z’ Rocch. Un uomo rispettato e decoroso. Aveva cura della chiesa e delle sedie impagliate, che erano accatastate in fondo alla chiesa. Le forniva con parsimonia, quando la chiesa era affollata, dietro un compenso simbolico, che non so se andava a lui o era destinato ai magri introiti ecclesiastici. Accendeva le candele dell’altare con lo stoppino situato su una lunga canna, e con la stessa canna le spegneva, appena finita la funzione, con uno spegni moccolo nero, un piccolo imbuto capovolto, sempre situato sulla canna. Faceva tutto con misurata lentezza, con la solennità di un celebrante.

Era lui che suonava le campane prima della messa, due volte, con intervallo sufficiente a far preparare i parrocchiani – meglio dire le parrocchiane, perché gli uomini alla messa ci andavano al matrimonio e ai funerali; tutt’al più alla festa patronale. E si mettevano dietro, da spettatori, con aria di sufficienza. Le cose sacre erano considerate di spettanza femminile e puerile.

Le campane andavano suonate con arte: i rintocchi erano diversi per le funzioni ordinarie, per le feste, per la messa da morto e per la morte dei bambini. Per i funerali dei piccoli le campane suonavano ‘a gloria’. Stasc sunenn a gloria… e chi ha muort? Adda esse lu criatur di Matalen… steve malat assaij… povra Matalen… Bastava affacciarsi alla porta per trovare qualche informatore.

E le donne lasciavano le faccende, una aggiustatina alla meglio, lo scialle sulla testa e via. La solidarietà in questi casi era cosa sacra.

Durante la messa, alla consacrazione, si suonava invece il campanello. Che attrazione per i chierichetti, il campanello. Se lo contendevano! Z’ Ro’ fammill sunà a me lu campaniell sta vota.

E pur di entrarne in possesso erano capaci di fare ‘i buoni’: senza ridere, senza spingersi, senza voltarsi… per riceverlo come premio della compostezza. E z’ Rocch era l’arbitro imparziale.

Durante il triduo pasquale, quando non era permesso nessun suono di campana, era lui a dare appuntamento ai ragazzini, muniti di truoccl e raganell, che giravano il paese per richiamare alle funzioni sacre. A la meeess, a la meeess, strillavano sbatacchiando gli strumenti: track track track… ciakt, ciakt, ciakt…

Quann stann attaccat l ccampan n’ z pot assaggià nientes’ ha dda spettà ca s sciuogljn, a la resurrezion d Gesù…

Era un precetto severo. E serviva anche per custodire i dolciumi, rari a quei tempi, e farli arrivare a pasqua. Era un supplizio di Tantalo per i ragazzini: li tarall e le scarcelle con i confettini colorati venivano collocati sugli armadi, in ceste di vimini, avvolti da panni bianchi e il profumo arrivava come una costante tentazione. Vid ca l’agg cuntat… Questa puntualizzazione faceva più effetto dell’obbligo dell’astinenza, naturalmente per i meno smaliziati.

Un altro compito irrinunciabile di z’ Rocch era il cestino delle offerte. Durante le feste principali elargiva le immaginette, a chi, naturalmente, metteva qualcosa nel cestino: San Rocco, l’Immacolata, San Crescenzio, il Bambinello Gesù…

E questi santini rettangolari andavano a finire, puntualmente, intorno intorno al vetro della cristalliera e ci rimanevano per un anno almeno, quando venivano sostituiti dai nuovi.

Li Sant n’z hann strazzà, s’abbrucn dind a lu fuoch… e prima di bruciarli un bacio all’immagine e un segno di croce con la formula: T’abbruc com ‘na carta e ti vener

 com a nu sant.

Da dove questa prassi? Non l’avrà suggerita z’ Rocch?

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Mast Emiddij

Mast. Un titolo riservato agli artigiani di professione. Era come dire maestro.

Lu mast infattti, esercitava due mestieri: artista dei mobili che arredavano la casa, realizzati su misura, secondo i gusti e le esigenze, e insegnante dell’arte, che trasmetteva alle generazioni future, con la passione e la perizia convalidata dalla esperienza.

Lu uagljion d sorm si vasc’ a ‘mparà falgnam… na’ bona pnzat.

A ndò vasc, da mast Emiddij?

Domanda retorica. Per diventare professionisti del legno non c’erano altre scuole.

Segare e piallare, incastrare a coda di rondine, verniciare, rifinire… riti di una lunga accurata liturgia che vedeva mast Emiddij impegnato per tutta la giornata.

La bottega odorava di vernice e di segatura. Lui era là, sereno e impolverato, coi piedi nei trucioli, chino sulle sue opere d’arte. Il legno era una creatura viva per lui: l’accarezzava con gli occhi prima che con le mani.

In estate, qualche volta, lavorava anche davanti all’uscio della bottega. In canottiera, con l’immancabile matita rossa poggiata sull’orecchio destro. Non era tonda, come le nostre matite, ma schiacciata. Usarla per disegnare misure e forme e poi riporla sull’orecchio era un gesto abituale. Ma come si manteneva dietro l’orecchio per tanto tempo? I ragazzini volevano emularlo, ma la prova riuscita solo per attimi.

La massima opera d’arte di mast Emiddij non fu generata dal legno come il fantastico Pinocchio di Mastro Geppetto. Fantastica era, ma di carne e ossa, a lungo sperata e attesa. Si chiamava Maruzzella. Vivace, affettuosa, pareva la gioia personificata. Il piccolo volto rotondo, roseo, si illuminava ad ogni moto degli occhi neri e ridenti.

Apuzzella, io, e indicava col ditino la foto dei suoi primi mesi di vita.

L’ingresso nella vita di Maruzzella, fece entrare il sole nella bottega di mast Emiddij e la illuminò fino alla sua morte precoce.

Suor Angela Di Spirito, la figlia di Placido e Gorizia

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