“Storie di paesi”, nel bel racconto di Renato Mansolillo e nella prefazione di Grazia De Michele la rivalità tra Montaguto e Panni


L’amico Angelo D’Urso ha pubblicato questa bella foto del campanile della chiesa di Montaguto e del castello di Panni e le parole dell’amica Grazia De Michele, contenute nel racconto “Storie di paesi”, di Renato Mansolillo. In questo racconto si estrinseca la storia della rivalità tra Montaguto e Panni. Ve lo proponiamo, ringraziando Angelo per la segnalazione. Buona lettura!

 

“Storie di paesi”, prefazione di Grazia De Michele

Ci sono storie vere, accadute, concrete, che possono sembrare sogni tanto sono come intessute di cangianti immagini, lievi, delicate, aeree, senza contorni e senza troppi fili conduttori, immerse come in una dimensione onirica e poi… E poi ci sono sogni che divengono, ad ogni risveglio, storie vere, tangibili: sono come dei vissuti con una loro persuasiva e visibile realtà perché li ha disegnati lo sguardo di chi li narra e che a loro aderisce colorando la parola della speranza che possano davvero realizzarsi…

E poi… ce ne è un’altra di storia, quella dell’anima, di tutto quel complesso coscienziale che identifica l’uomo, la persona, i suoi moti interiori, le sue attese, le sue mete, i suoi viaggi nella fantasia,
nei sentimenti, nelle emozioni, e la storia dell’anima corre sui binari di stazioni conosciute poco poco, se non da chi il treno lo guida, e lo ferma nell’attimo, nel momento, nel tempo dove il ricordo, dove la memoria, dove il passato hanno eretto e ancora costruiscono, nei giorni, passaggi a livelli dove è impossibile non fermarsi, è impossibile fingere di non aver visto la barriera, impossibile continuare la corsa.

Fermarsi prima del valico è tuffarsi nei fondali, è riportare alla luce frammenti piccoli o grandi di chi si è stati, è restituire a se stessi un tempo che non può dissolversi nel nulla, è far rivivere i tanti attimi che hanno costituito la trama del proprio passato e riconsegnarli al presente come patrimonio e come tesoro non soltanto e unicamente personale, ma di tutto il tessuto sociale che a questo tempo ha partecipato, che di questo tempo è stato vittima o protagonista, che di questa storia dell’anima è stato padre, madre, fratello, amico…

Ecco, Ron Mansy, nel suo “ Storie di paesi”, versione dapprima inglese, con traduzione italiana di Nate Oliti, è propriamente questo: un treno che non valica passaggi a livelli e barriere continuando la corsa come se passasse sopra la vita e la trama della sua superficie, ma in questo suo viaggio di uomo si ferma e scende nei fondali, per riportare alla luce cristalli di memorie di giovinezza e insieme pezzetti di tradizioni, di leggenda e di storia del suo paese, Panni…”

“Dal cucuzzolo della montagna
sotto a un cielo tinto col blu
e con in testa un passamontagna
scenderemo sempre più giù!” (E. Vianello)

Panni in conflitto col dirimpettaio Montaguto, Panni che si sente ignorato dall’altro perché la sua altitudine è il passpartout del suo percepirsi superiore, Panni che decide in un’assemblea comunale di punire arbitrariamente il paese nemico, che non gli rende omaggio, costruendo un muro che possa sottrarre all’altro luce e lasciarlo al buio…

Panni che ci ripensa e in questo muro alto, enorme, di roccia dura della Murgia, che pure innalza in breve tempo, crea una piccola finestra per permettere al Sindaco del momento di poter
vedere, controllare, proteggere la donna dell’altro paese che ha preso sotto le sue ali protettive e , in un certo qual senso, anche amorevoli, tanto per dare, a quanto comunemente si chiamerebbe tresca, un alone di raffinata… santità!

Panni che si ritrova, dopo poco, sotto la legge del taglione con Montaguto e i suoi abitanti che a tutti i costi vogliono lavare l’onta del sole che non riesce più a penetrare nella sua accesa luminosità sui loro tetti e decidono di sostituire le campane di bronzo con campane di legno, sorde, roche, senza quello squillo agile e brillante che fende l’aria e arriva ovunque, anche lontano, a Panni, appunto; e il loro squillo ti dice che è pronta la ciambotta fragrante d’olio e verdure e peperoni, ti sveglia, ti scuote, ti ricorda che è mattina e si deve lavorare, e dentro questo squillo si ripercuote il vagito di fame del neonato ancora ad occhi chiusi ed è questo squillo che si riveste di nero e di solitudine e di silenzi inenarrabili quando un corteo segue un amore che non c’è più…è questo squillo
che ti chiama, ti chiama…a pregare la sera insieme agli altri per una vita che non sia solo un assurdo nominalismo ma sia affetto, amore, solidarietà, condivisione e benessere…

Il legno no, il legno risuona pesante e opaco e non copre distanze… e non si fa preghiera! E non arriva a Panni, soprattutto! Ron Mansy, dopo questa sosta nella leggenda, nella fantasia, nel
passato, dentro una storia dell’anima che è ricordo e insieme sogno e insieme verità e insieme tradizione e insieme sua creativa posizione intellettuale, riavvia il treno sui binari, insieme ai vecchi e chiacchieroni e ai recenti e silenti passeggeri, ma tra loro c’è ancora qualcuno dei due paesi pronto alla sfida della parola e del dispetto ironico…

Ron Mansy non dimentica di voltarsi indietro e li vede, Montaguto e Panni, ancora là, che pian piano scompaiono alla vista, solo alla vista… perché nel cuore ogni leggenda che sia manifesta passione per la propria terra e le origini e quanto del proprio paese si è condiviso e non lasciato morire… è l’unica arte pura e vera nell’ispirazione e nell’eco umana e sociale e come un caleidoscopio illumina di mille sfumature il passato…

E Ron lo sa… Renato Mansolillo…? Chiamiamolo tutti Ron, o chiamiamo Ron, quando lo incontriamo per il paese, Renato… Si girerà comunque, si girerà sempre ad ogni richiamo della sua terra, e risponderà con la parola limpida e incisiva di questo suo scritto e con la stessa frequenza d’onda rapida e leggera del suo dirsi, che ci ha regalato un brano bellissimo , di cui ognuno di noi è piccola parte, perché la più grande… è la sua penna!

 

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di Renato Mansolillo

 

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