TERREMOTO DELL’80, OGGI IL TRENTENNALE ECCO IL RACCONTO DI ANTONIO PERNA


Terremoto dell’80. A trent’anni da quell’immane tragedia che sconvolse l’Irpinia, pubblichiamo un articolo a firma del collega Gianni Vigoroso, che narra l’agghiacciante ricordo di Antonio Perna (Big Wave).
Piazza plebiscito era gremita, i bar affollati più del solito, la serata piacevole per lo struscio. Mai nessuno avrebbe immaginato quell’interminabile minuto di paura. Il campanile che si piega su se stesso, la piazza in pochi attimi ricoperta di macerie. Si temono morti, ma una mano dall’alto spazza via la catastrofe. Un miracolo che ancora oggi in tanti ricordano come inspiegabile. C’è chi è convinto fermamente nella mano del santo patrono Ottone Frangipane. Tanti giovani ricoradano quella serata di paura trascorsa a dormire in auto sul monte calvario, poco distante dalla chiesa di San Francesco polverizzata dal terremoto prima e dalle ruspe frettolosamente dopo. Ecco il commosso racconto di Antonio Perna (Big Wave)… (CONTINUA ALL’INTERNO)

La serata era stranamente tiepida quel 23 novembre dell’80 e io aspettavo con ansia che iniziasse lo spettacolo, si stavo per recarmi al cinema del mio paese: Ariano Irpino. Aspettavo da molto tempo questo film, allora non era come ora… prima che arrivasse un film dalle nostre parti ce ne voleva. Aspettavo questo film perché c’era il mio eroe preferito: Clint Eastwood. Sì, proprio lui. Il film manco a dirlo era l’italianissimo "Per un pugno di dollari", dell’immenso regista Sergio Leone. Non avevo trovato nessun amico che mi accompagnasse perché quel periodo al cinema si andava solo a vedere "La dottoressa del distretto militare" oppure "Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda". Non so se rendo l’idea… Arrivo al centro del paese, in piazza un pullulare di gente: la domenica ad Ariano era sempre una festa, il corso che portava al cinema era pieno di giovani che passeggiavano su e giù – lo chiamavamo struscio – un po’ il luogo cardine dove si incontravano amici, si facevano nuove conoscenze e la cosa più importante era che si incontravano gli amori, allora piuttosto furtivi, sguardi rubati e attimi di tonfi al cuore. Insomma, era bellissimo. Arrivo al teatro, faccio il biglietto e sono dentro. Con un po’ di delusione mi accorgo che non c’è tanta gente ma poi, sorridendo, penso dentro me: "Non poteva essere altrimenti, non c’è l’Ubalda…".
Mi metto seduto e la colonna sonora del Maestro Morricone mi catapulta nel film con i suoi colori meravigliosi – tipico del maestro Leone. Le due ore del film passano veloci ma io ne resto estasiato, esco dal cinema con l’atteggiamento e la postura di un Clint Eastwood irpino improbabile. Intanto la gente dello "struscio" è aumentata, qualche saluto fugace e arrivo in piazza, sono le 19.15. Il campanile, con le sue quattro pigne di pietra e la croce al centro, si tuffava nel buio del cielo che, però, quella sera, grazie ad una luna splendente, riusciva a farlo vedere fino alla punta. Entro nel bar continuando a guardarlo in tutta la sua bellezza, guardo il barista quasi come Clint Eastwood che entrava nel saloon, per un attimo vorrei chiedergli uno shot di "agua ardiente" ma poi declino l’idea e mi butto su una noiosissima acqua tonica (che delusione). Esco dal bar (sono le 19.30), passo sotto al già citato campanile e mi dirigo verso il centro della piazza, vedo delle ragazze, una la conosco e penso: "E’ ora di tornare Clint, chissà potrebbe andar bene, forse il mio artefatto sguardo di ghiaccio Eastwoodiano potrebbe sortire effetti gradevoli alla pupa" ma, da lì a trenta secondi, l’inferno!
Un rumore sinistro sotto i miei piedi si propaga anche nel mio corpo ed un silenzio tombale assale tutti nella piazza, migliaia di occhi impietriti guardano nel nulla, i lampioni si spengono e la luna illumina la piazza che in pochi attimi si trasformerà teatro di una tragedia immane. Sinistri scricchiolii si sentono sempre più forti e tutti i corpi in quella piazza iniziano ad ondeggiare come canne al vento, una voce con timbro doloroso grida: "IL TERREMOTO"! Le grida diventano oceaniche, una voce rotta dal pianto grida "Maria, Maria, dove sei?". Dai cornicioni iniziano a cadere i primi calcinacci che, toccando terra si trasformano, in bombe di polvere, mentre la gente cerca di abbracciarsi l’un l’altro con fare inerme. Sono passati pochi secondi, forse 10, 15, e il ruggito della terra si fa più acuto, nessuno riesce a spostarsi, tanto e forte l’ondeggiare del suolo. Un mattone si stacca dal campanile e con un tonfo sordo finisce la sua corsa sulle pietre laviche della piazza, quasi come per avvisarci che la tragedia stava per compiersi. Atterriti, tutti nella piazza volgiamo lo sguardo verso di lui: il campanile, che, torcendosi dalla parte più alta, sembra gridare verso la luna il suo dolore. Un attimo dopo si allunga come un elastico verso l’alto e poi si gonfia abbassandosi, nel momento del suo massimo gonfiore si sente un suono cupo che viene dal suo interno, la campana principale ha ceduto cadendo nel suo interno come ingoiata, subito dopo un’esplosione di polvere e detriti, l’aria puzza di cemento, il campanile implode!
Le grida sono ormai diventate assordanti, la gente corre non sapendo bene per dove, qualcuno mi prende la mano e cerca di pulirmi il viso dalla polvere che mi rende irriconoscibile poi, deluso e piangente, l’uomo si allontana. La polvere è ormai padrona della piazza, la gente corre, cade, si urta gridando: "Giovanni, Paola, Antonella, Simona". Tutti quelli che erano come me in piazza si riversano correndo nella strada dello "struscio", la polvere ha invaso tutto anche lì. Una donna ferita al volto è a terra e con una mano mi supplica di aiutarla, io le tendo la mano e lei, con la forza di cento, mi tira a sé e grida, ad un palmo dal mio naso: "Dov’è mia figlia? Dov’è Margherita?".
Io non capivo, non sapevo, volevo solo correre… Un’altra zaffata di polvere mi colpisce in pieno e, non so come, mi ritrovo decine di metri più giù dall’incontro con la donna. Continuo a correre, ormai sono lontano dalla piazza, dalle grida, dalla polvere, ma corro, corro verso casa, verso mia madre, mio padre, mio fratello, mia sorella con il terrore dentro di non trovarli vivi. Le auto corrono come impazzite, la gente grida alla fine del mondo è uno spettacolo apocalittico. Sono arrivato nel mio quartiere, dietro l’angolo c’è la mia casa, la mia famiglia, freno la mia corsa e quasi catatonico giro l’angolo con la paura che ghiaccia i miei pensieri, pregando Dio che non sia accaduto nulla ai miei e a tutta quella gente. Sento un braccio che mi cinge il collo, è mio padre che mi abbraccia con fare liberatorio, subito dopo mia sorella, da lontano vedo correre mio fratello, ma non vedo mia madre ed il mio cuore si ferma…
Grazie a Dio arriva la voce di mia sorella che mi dice: "Mamma è li seduta con altre donne che spera e ti aspetta, vai, corri da lei!" Le parole di mia sorella fanno come da defibrillatore, il mio cuore ritorna a battere, mi faccio spazio tra le donne del vicinato e guardo gli occhi di lei, mia madre che già prima di abbracciarmi piange, la stringo così forte quasi a spezzarla e poi piango come mai avevo fatto prima – e farò mai.
A trent’anni da quel giorno, oggi ho deciso di scrivere questi pensieri sicuramente un po’ confusi. Perdonatemi, ma mentre scrivevo ho rivissuto quei momenti e vi assicuro che non è stato facile (chi c’èra quella sera sicuramente capirà).
Il mio ricordo fa solo da appendice a tutta questa storia, il mio cuore e la mia pena va a quelle 3mila persone che non hanno avuto la mia fortuna quella sera, ai loro sogni mai avverati, ai loro sorrisi spariti in 40 secondi e a tutti i loro cari che vivono nel doloroso ricordo.

Gianni Vigoroso

2010-11-23 11:06:12

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