Vito Dioguardi: «Vi racconto la storia di un eroe cristiano»

Mercoledì scorso si è tenuta, a Montaguto, la presentazione del romanzo-rivelazione “Il destino della luna sul fiume“. L’autore, Vito Lorenzo Dioguardi, nato a Foggia ma figlio di Domenico e Lalia, montagutesi, è laureato in lettere e scienze storiche e insegna a Brescia. La presentazione de “Il destino della luna sul fiume” ha avuto un parterre d’eccezione: la meticolosa e sempre precisa moderazione di Antonio Curatolo e i pregevoli interventi della professoressa e amica Maria Staffieri, regista teatrale della compagnia Enarché di Foggia, e del professor Antonio Angino.

Si tratta di un romanzo storico che prende ispirazione da una storia vera, particolare e coinvolgente. Narra le vicende di tre generazioni di una famiglia di emigranti italiani tra il 19esimo ed il 20esimo secolo. Si tratta della famiglia Carchia, in particolare Carlo – nome fittizio del protagonista e lontano parente dell’autore – che da semplice contadino meridionale riesce con senso di sopravvivenza prima, sacrificio e dedizione al lavoro poi a cercare la fortuna. Carlo è il padre di Michele, ingegnere edile di Boston ucciso dalla mafia (notizia scoperta in tempi relativamente recenti). Già, proprio l’uomo raffigurato nel quadro della cappella all’ingresso del cimitero di Montaguto. Abbiamo fatto una chiacchierata con Vito e ci ha spiegato come mai si sia interessato a questa storia: “Avevo parlato con un testimone diretto e la storia mi incuriosì – ci spiega -. L’avevo elaborata per la mia tesi, ma non la ritenevo affatto conclusa. E così ho raccolto altro materiale”.

Michael Carchia, ci spiega, “fu assassinato nel maggio del 1931 a Boston. Carlo, suo padre, partì per l’America la prima volta nel 1896 e poi tornò, s’innamorò di una contadina montagutese e la portò con sé in America. Dal 1900 al 1931 assistiamo all’evoluzione di Carlo, che per crescere dovette fare “compromessi” con la società. Divenne una persona autorevole, un costruttore molto famoso a New York, tanto che si occupò della ferrovia dei Grandi Laghi, fino a Chicago. Da lì si spostò a Boston, dove arrivò come uomo potente e ricco”. Dove fa affari con la mafia italiana, schierata contro la mafia irlandese. “Il figlio Michael divenne ingegnere edile, ma rappresenta una sorta di “eroe cristiano” – prosegue l’autore -, un eroe che voleva portare giustizia. Il libro parla per tre quarti di Carlo, che in un certo senso “perse la sua anima”, trattando coi mafiosi. La parte dedicata Michael è alquanto breve. Lui sapeva bene ciò che voleva. Disse di no alla mafia, mentre suo padre ne era schiavo, e così decise di non trattare. Per questo fu ucciso”. In conclusione, si arriva al soggetto che dà il titolo al romanzo, la luna: “La luna è un simbolo molto forte – conclude Vito -. Rappresenta un occhio che dovrebbe ispirarci tutti i sogni più buoni, dovrebbe essere il nostro vigile personale”.

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Michele Pilla

FOTO DI MASSIMO DI PASQUALE

2011-08-17 18:57:18

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