‘Voglia di vivere’, Monica racconta la sua esperienza (3a parte)


Pubblichiamo la terza parte il racconto della tragica esperienza dell’amica Monica de Mita, fortunatamente conclusasi per il meglio, che ha deciso di condividere con tutti i lettori del “suo” Montaguto.com.

In tutto quel tempo ho pensato come era strana la vita. Qualche secondo prima nessuno mi pensava, ero sola come solo io so, e qualche istante dopo avevo tutti intorno a me. Fino a poco prima io ero quella che aveva tutto, una famiglia, un lavoro, o il mio o di mio marito, ma non mancavano mai i soldi per andare avanti e degli amici su cui contare.

Ma per tutto questo ho fatto dei sacrifici. E tutto è partito da quando avevo sette anni e mezzo, da quel maledetto giorno di marzo 1982. Ricordo come se fosse ieri, eppure sono passati trentadue anni di silenzi profondi, mai rotti, perché facevano male a mamma, a papà e ai miei fratelli. Era l’anno di Riccardo Fogli con “Storie di tutti giorni”, mi ricordo quel foglietto con il testo della canzone, mandato all’ospedale a mia sorella Rita.

L’unico modo per comunicare con lei, visto che noi altri figli non potevamo andare a trovarla. Rita, la sorella maggiore, che era finita in ospedale a causa di un dolore che accusava un dolore al fianco. Quaranta giorni e poi a casa, due giorni prima del suo compleanno, il 12 marzo. Eravamo così contenti tutti, era il 10 marzo, la sera mamma per festeggiare il suo ritorno cucinò qualcosa, ma non ricordo cosa. Noi bambini a giocare, risate, urla da tutte le parti. Eravamo in quattro: io, Concy, Michele e Rita. Mariannina ed Ale ancora non erano stati concepiti. Ad un certo punto Rita corre da mamma che era in cucina, le dice che sente un dolore al costato, prende un peperone verde per assaggiarlo, e mentre sta tornando a giocare con noi sviene, davanti alla porta.

Da quel momento è iniziato il calvario. Rita viene subito portata al pronto soccorso ma non c’e stato niente da fare. Aveva appena dodici anni. Ed io che ero più piccola di quattro anni e mezzo ho promesso sulla sua bara bianca che non avrei dato per niente fastidio ai miei. Così decisi di accontentare mamma e papà, di essere la taciturna della famiglia, non dare dolore alcuno.

Sono cresciuta così; quante cose avrei voluto fare, quante cose avrei voluto dire però tenevo tutto dentro, per mia scelta. Loro avevano altro da pensare, ne avevano il diritto. Quanti giorni con mamma al cimitero finché, una volta, decisi una cosa: di fare mia la filosofia di Pollyanna, che consisteva nel far sorridere almeno una volta al giorno chi ne aveva più bisogno. E da lì che è nata la nuova Monica. Tutto quello che potevo fare era questo a discapito di me stessa.

Per più di dieci anni mai una gita, mai una festa di compleanno di amici. A differenza di Concy e Miky, che non si facevano mancare niente. Non lo so, forse una questione di carattere, forse c’era quello o quella che si faceva valere e quella, come me, che era accondiscendente. Però ero arrivata a venti anni che non uscivo mai, fino a quando è arrivato Angelo. Tutto è iniziato quando la sorella si è sposata con mio zio, fratello di papà. Al locale una chiacchierata e da lì a uscire insieme non c’è voluto tanto, poco meno di due mesi. A novembre lui è venuto a casa e cinque anni dopo ci siamo sposati.

Io una cosa ho chiesto ai miei, di venirmi a trovare spesso. All’inizio tutti mi venivano a trovare fino a quando chi per un motivo, chi per un altro non hanno più tempo per me. Fino a quel giorno, fino a quando ha girato tutto intorno a me. Fino a quando il mio sistema nervoso ha ceduto, vuoi per i bambini, il marito, la casa e le cose da fare, vuoi per tutto…

Monica de Mita

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